Sull’ autunno

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C’è una sorta

di velata malinconia

che aleggia

nell’ aria

in autunno.

E’ quell’ osservare

le foglie

dalle calde tinte

ambrate,

staccarsi

dai rami

e andare

lontano,

spinte

da un vento

leggero,

a morire.

E quella nebbia ,

che umida

si avvicina

a folate,

circondando

le case

e strisciando

sui vetri

lasciando impronta

di minuscole goccioline.

E’ la sera

che arriva

fredda,

che spegne

i rossi tramonti.

E tu

vorresti

ancora il tepore

dell’ estate.

Ma l’ autunno

è anche

altra cosa.

E’ un abbaglio

di colori,

una miscela

di sfumature,

di profumi.

Un transito

che dall’ estate

conduce all’ inverno

aspettando poi

primavera.

Isabella Scotti novembre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

Carissimi amici senza far nulla da parte mia, aspettando con pazienza, sperando nella buona sorte ( così è stato ), wordpress ha improvvisamente fatto rivivere il mio blog . Con gioia torno qui abbracciandovi tutti e regalandovi questo scritto sull’ autunno.

Il nostro respiro

Potrebbe essere un'immagine raffigurante albero e natura

Cinque parole da cui partire : indigesto, tubare, impercettibile, respiro, orchestra

Come

ci è indigesto

il rumore

del mondo.

Preferiamo

appartarci

e vivere

il silenzio

del bosco,

dove si fa

impercettibile

il sibilo

del vento

che muove

appena

le fronde.

Il nostro tubare

è fatto

di dolci

parole d’ amore,

che nel bosco

di betulle

si fanno orchestra .

Il respiro

pacato

delle foglie

semina dolcezza

che noi

raccogliamo,

mentre sogniamo

di lasciare

tutto

alle nostre spalle

per diventare

anche noi

”respiro pacato ”.

Là,

nel silenzio

irreale

di un luogo

magico,

camminando,

odorando

il profumo

del muschio

e illuminati

dai raggi

improvvisi

del sole,

possiamo raccontarci

e dolcemente

amarci

.Isabella Scotti novembre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

Vi lascerò altre poesie più in là. Per ora vi regalo questa. Meglio le poesie che parlare di quello che succede intorno. Perdonatemi ma non sono in vena, sono solo preoccupata dalla tanta violenza che vedo in giro nonchè dalla tanta stupidità che si manifesta un pò ovunque. Sono molto amareggiata.

Vi abbraccio tutti augurandovi un buon week end. Di una cosa mi rammarico soprattutto, che muoiono sempre le brave e buone persone.

Buon viaggio caro Giampiero. La tua faccia bonaria e la tua gioia esplosiva nel raccontare la vittoria dei fratelli Abbagnale a Seul nel 1988, resterà nei cuori di tutti coloro che amano lo sport per sempre.

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Lontano, nel tempo

foto Andrea Romani Ninfa 2014

Meriggio

nel giardino

tra ruderi

e rose

inaspettate ,

dal tenue

color pastello

ad ingentilire

l’ andare.

E son pensieri

che s’ agitano,

malinconici

rimpianti,

momenti ,

impossibili

da dimenticare.

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

Un abbraccio a tutti voi carissimi amici. La vostra Isabella

HAIKU

foto Andrea Romani Colmar – Alto Reno – Francia

Verdi riflessi

giorno di primavera –

casina rossa

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

Miscellanea

Amici carissimi eccomi qui. Ditemi che anche se poco mi sentite, per vari impegni che mi rubano tempo da dedicarvi, non vi siete dimenticati di me. io vi penso sempre e voi dovete fare altrettanto.

Oggi come titolo al mio post, ho scelto quello del mio unico libro pubblicato, ” Miscellanea ”, perchè ho in mente di regalarvi insieme più cose: qualche poesia che sempre ingentilisce il cuore, qualche limerick composizione simpatica per ridere un pò. Pronti ? Iniziamo allora questo viaggio , vi porterò con me sperando vi piaccia ” viaggiare ”…

DI TE , DI ME

Si scioglie nel pianto

quel dolce ricordo sbiadito.

Di te, di me

di quella sera

in cui

accanto al camino

mi facevo

piccola piccola

stretta

al tuo petto.

Fuori pioveva,

stavamo bene

al caldo

del nostro amore.

Ora

che sola,

sono rimasta ,

torna spesso

alla memoria

questo dolce ricordo

sbiadito

dal tempo.

Vorrei tanto

poter rivedere

il tuo volto,

accarezzarlo

come allora.

Ma vano

è ormai

ogni mio desiderio.

Com’è amara ,

talvolta ,

la vita.

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : legge copyright 22 aprile 1941 n° 633

COME VORREI

Undici parole da cui partire :

Volo , anima, melenso, ordine, ineluttabile, incantevole, candido, sapore, dissonanza, tempo, attesa

…Che   la   mia   anima

spiccasse

il   volo.

Che   la   finisse

d’  essere   malinconica.

Che   non   avvertisse

l’ ineluttabile

passare

del   tempo,

che   vivesse

l’ attesa

del   nuovo   sorgere

del   giorno,

come   qualcosa

d’ incantevole.

Che   non   avvertisse

dissonanza

tra

il   lasciare

la   notte

e  accogliere

l’  alba.

Ma   comprendesse

come   tutto

appartiene

all’ ordine

delle   cose,

come   un   lento

fluire   normale,

pacato.

Non   c’è   nulla

di   più   melenso

che   non   partecipare

alla   vita.

Vorrei   

che   la   mia   anima

tornasse

a   respirare,

un   candido,

limpido   respiro ,

e   godesse

di   quel   sapore

intenso,

dato

dal   vivere

la   bellezza

che   c’è

d’ intorno.

Isabella   Scotti   agosto   2021

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

COME PLANCTON

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Sono oggi

come plancton

che fluttua ,

seguendo

il lento moto

delle onde.

E

nell’ acqua

voglio gettare

le ultime briciole

di un amore

che credevo

indistruttibile

e che era

invece

solo

un’ invenzione

della mia mente.

Ho pensato

tante volte

che le tue mani

avrebbero

tenute strette

le mie

per sempre.

Mi sbagliavo.

E mai

avrei pensato

che la luce

folgorante

del sole,

si potesse

affievolire ,

e che ombre

la potessero

offuscare.

Ora è così buio.

Quando mi facevo

bella,

e volevo sedurti,

scegliendo

tra i vari profumi

quello alla vaniglia,

era semplicemente

per invitarti

a far l’ amore.

Rispondevi

al mio invito

con un sì,

dimenticando

in quei momenti,

la tua ipocondria.

Mi stringevi,

cercavi

le mie labbra,

tenere

le tue carezze.

Conoscevo

le tue fragilità,

volevo

insegnarti

la resilienza,

che tu affrontassi

le tue paure.

Volevo

solo aiutarti

amandoti.

Forse questo

è stato

il mio errore .

Essere troppo

invasiva.

Non ti ho chiesto

scusa

quando dovevo,

perdonami.

Ora che tutto

è perso,

so

che come

scheggia impazzita

dovrò cercare

di ricompormi.

Nel frattempo,

userò

l’ inchiostro

per riempire

fogli bianchi

raccontando

di noi,

perchè nulla ,

nel tempo ,

svapori ,

del nostro

essere stati

insieme

Isabella Scotti settembre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

LIMERICK I

MEZZALUNA BIRBANTELLA

Risultato immagine per luna e stella

Quella sera lassù la mezzaluna birbantella

s’ era messa a far la corte ad una stella

ma la stella ahimè guardava altrove

innamorata era di Giove

povera mezzaluna un poco birbantella

Isabella Scotti settembre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

LIMERICK 2

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C’ era una volta un gattone

che si rotolava come uno scimmione

facendo capriole come un bambino

che tiene in mano il suo panino

Che tipo quel gattone sornione e giocherellone

Isabella Scotti settembre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

LIMERICK 3

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Virginia la contadina

se ne andava una mattina

cercando una pecora in cantina

affittando poi la casa a Carolina.

Era certo un pò fuori di testa la contadina

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

LIMERICK 4

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C’era un verde albero gigante

che sotto il sole metteva l’ abbronzante

aveva un occhio birichino

che faceva sempre l’ occhiolino

quel simpatico verde albero gigante

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

QUESTA E’ INVECE PIU ‘ CHE UN LIMERICK ( RICORDATE ? CINQUE VERSI IN RIMA SEGUENDO LO SCHEMA AABBA ) UNA BREVE FILASTROCCA SEMPRE AVENDO COME TEMA L’ ALBERO GIGANTE

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C’ era un verde albero gigante

che usava sempre come deodorante

un puzzolente disinfettante,

poverino così si credeva affascinante

quel vanitoso verde albero gigante

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

ALLA PROSSIMA AMICI. La vostra Isabella

Tornano le mie poesie…per voi

BRIVIDI

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La mia unica

paura

é perderti.

Girarmi nel letto

senza averti

più accanto.

Il tuo posto

vuoto,

ed io sola,

senza poter

più vegliare

sul tuo sonno.

Se ciò avvenisse

comincerei

a tremare,

mentre brividi

di freddo

attraverserebbero

il mio corpo.

Diventerei schiava

della paura

fino

a soffocare

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

MAI , LO GIURO

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Cinque parole da cui partire : memoria, ricordi, tempo , scrittura, personalità

Senza memoria

mi sentirei

persa.

Senza ricordi

non potrei

vivere.

I miei

li ho chiusi

in una scatola

segreta

che ogni tanto

apro,

perchè amo

la loro compagnia.

Così mentre ricordo

posso parlare

con te papà,

E con tutti voi

che lontani

nel tempo ,

appartenete

al mio passato.

Parlatemi ancora,

e a voi

chiederò

di fare in modo

che la scrittura,

che da un pò

è entrata a far parte

di me,

racconti

della nostra storia,

perchè nulla

del nostro vissuto

vada perduto.

La mia personalità

è frutto

del mio passato.

Ricordare

è per me essenziale.

Mai

perderò memoria

di ciò che è stato.

Lo giuro.

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

ESSENZIALE PER ME

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“La cosa principale è commuoversi, amare, sperare, tremare, vivere. (Auguste Rodin)

La cosa principale

è commuoversi.

Certamente lo è

quando si è sensibili .

La cosa principale

è amare.

Certamente se

si interpreta

l’ amore

come dono ,

dimenticando

se stessi.

La cosa principale

è sperare .

Certamente, sempre,

anche perchè

la speranza

e’ l’ ultima

a morire.

La cosa principale

è tremare.

Ma non di paura

bensì

per i palpiti del cuore.

La cosa principale

è vivere.

Accontentandosi

delle piccole cose,

le più semplici.

Ma per me

una cosa

è essenziale :

sorridere,

e regalare sorrisi

a chiunque sincontri.

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

ASCOLTA…

Potrebbe essere un'immagine raffigurante natura, corpo idrico e albero

Ti racconterò

delle mie notti

senza luna,

del mio vagare

sola

in stanze buie.

Ti racconterò

dei giorni

morti

della mia vita,

e della malinconia

che mi prende

nelle sere d’ inverno.

Ma poi

per non

annoiarti,

ti racconterò

del mio nuovo

sorriso,

del mio

equilibrio

raggiunto,

della serenità,

ritrovata

con te.

Isabella Scotti settembre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

Alla prossima vi regalerò per sorridere ancora qualche limerick, ( forma poetica irlandese ).

Per ora il mio abbraccio per tutti voi e buon week end

La vostra Isabella

Limerick

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Carla quella colorata mattina

decise all’ improvviso di far la ballerina

saltando su e giù con un cappello in testa

sopra una sedia vestita di cartapesta

Una strana ballerina quella Carla di mattina

Isabella Scotti ottobre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

Il limerick è un breve componimento poetico tipico irlandese di contenuto umoristico o anche apertamente nonsense, che ha generalmente il proposito di far ridere o quantomeno sorridere. I versi seguono lo schema AABBA . I primi quattro versi sono in rima. L’ ultimo riprende un pò il primo

Eleonora ed Asolo

Quando   Eleonora   Duse  lasciò   D’ Annunzio   aveva   45   anni.   Aveva    dato   tutta   se   stessa   per   quell’   amore   in   cui   credeva   profondamente,   uscendone   sfiorita,   fortemente   delusa.    Aveva   creduto   che   insieme,   lui   con   le   sue   opere,   lei   interpretandole   avrebbero dato   origine   ad   una   stagione   nuova   per   il   teatro.   Fu   vero   solo   in   parte.   Perchè   solo   lei  riuscì   nell’ intento.    Certo   le   opere  di   D’  Annunzio   trovarono   la   giusta   rappresentazione   in   teatro,   ma   fu   la   Duse   a   renderle   vive,   interessanti.     La   sua   grandezza   fu   nel   non   ”   recitare”   e   usare   il   silenzio   come   parola,   anche   usando   il   suo   corpo,   la   sua   postura   ad   interpretare   ciò   che   sentiva   del   personaggio.   Con   lei   nacque   il   teatro   moderno.     Era   solita   dire   che   ”   il   dramma   dell’   attore   è   che   deve   imitare   la   realtà   e   la   natura,   ma   non   la   possiede  ”.   Lei   provò   a   possedere   entrambe   divenendo   la   ”   Diva  ”.   La   Garbo   e   la   Dietrich   vennero   dopo.

Eleonora   ed   Asolo

La   Duse   non   ebbe   mai   una   vera   casa   dove   stare,   sempre   in   giro   con   le   sue   tournée.   Ma   nel   1892    conobbe   Asolo   e   ne   rimase   folgorata.   Vi   giunse   ospite   dell’  americana   Katherine   de   Key   Bronson,    che aveva conosciuto a Venezia.    Soggiornò   quindi   nella   casa   asolana   dell’   amica,   detta   ”   La   Mura  ”   a   ricordo   delle   mura   medievali   che   cingono   la   città.   Il   soggiorno   non   fu   lungo,   ma   lascerà   in   lei   traccia   indelebile.   Lì   trovò   quella   pace   che   andava   cercando,   quella   quiete   dello   spirito   alla   quale   anelava.  Nel  1920,   dopo   essersi   ritirata   dalle scene   fa   ritorno   ad   Asolo   e   chiede   alla   figlia   dell’ormai   defunta   amica   di   poter affittare   la   stessa   casa   nella   quale   era   stata   ospite   anni   prima,   ed   ella acconsente.
Ma   la   Duse   si   trattiene   solo   fino   al   giugno   del   1920,   in   quanto   l’abitazione, abbandonata   da   anni,   non   è   abbastanza   confortevole.   Prima   di   lasciare   quel rifugio   ingaggia   un   giardiniere   perché   poti   e   sistemi   il   rosaio   morente   del balcone   a   forma   d   altana   rivolto   verso   la   vallata.

 Così   descriveva   il   panorama   che   si   poteva   godere   dalla   terrazza   della   casa  :

 “la vista più perfetta che si possa avere sulla pianura, dove […] vedere i colli Berici ed Euganei e contemplare i temporali che si formano sopra Bassano e che a volte si scatenano in cammino e altre volte giungono lenti fino alle colline di Asolo”.

E   così   scriveva   al   critico   teatrale   e   suo   amico   Marco   Praga  :

 “Asolo è bello e tranquillo, paesetto di merletti e poesia; non è lontano da Venezia che adoro, vi stanno dei buoni amici che amo [i coniugi Lucia e Piero Casale]; è tra il Grappa e il Montello…allorché al mattino apro le imposte della mia camera, nel vano della finestra si inquadra il Monte Grappa. Allora metto due vasi di fiori sul davanzale. Questa sarà l’asilo della mia ultima vecchiaia, e qui desidero di essere seppellita. Ricordatelo, e se mai, ditelo”.

Per   realizzare   il   suo   sogno   di   vivere   prendendo   casa   ad   Asolo,  si   affida all’ingegnere   Sebastiano   Cantoni,   il   quale   le   consiglia   di   affittare   una   casa   detta “Casa   dell’Arco”   perché   parte   dell’edificio   ingloba   l’antica   porta   medievale   di S.  Caterina.   La   Duse   ne   è   entusiasta. 

Facciata di Casa Duse

Facciata   di   casa   Duse

Targa a ricordo di Eleonora Duse

Targa  a  ricordo  della   Duse

 Quando   lasciò   D’ Annunzio   l’ attrice,   dopo   aver   sponsorizzato   i   lavori   teatrali   dell’ immaginifico,   garantendogli   i   diritti   d’  autore,    si   ritrovò   sola,   malata   e   povera,   alle   soglie   di   un   disfacimento   che   lui   descrive    con   impietoso,   pessimo   gusto,   tanto   da   chiudersi   in   un   totale   malinconico   silenzio  .   Tornerà   sulle   scene   circa   dieci   anni   dopo,   spinta   dal   bisogno   per   una   trionfale   tournée.   Nel   1916   girò   il suo   primo   e   unico   film   “Cenere”,   la   cui   autrice   del   soggetto   era   Grazia   Deledda.     Un’ esperienza  questa   che   non   la   gratificò,   anzi   ne   uscì   delusa .   Tanto  che   impegnò   il   suo   non   ingente   patrimonio   per   togliere   dal   mercato   le   copie   del   film.      In   America,   calca   le   scene   malata   di   polmonite,   stanca,   ormai   diventata   ombra   di   se   stessa,   sostenuta   solo   e   sempre   dalla   sua   straordinaria   arte   scenica.   Morirà   isolata, in   una   camera   d’ albergo   nel   1924,  nel  gelido   clima   di   Pittsburgh,   lontana   dalla   sua   Asolo  che  pare  nominò   prima   di   morire   .   Il   suo   funerale   attraversa   l’   America,   l’ oceano   in   nave   e   l’  Italia   sempre   accompagnata   da  una   grande   folla   a   testimonianza   di   quanto   fosse   amata.    Tornò   quindi   ad   Asolo   perchè   fosse   rispettata   la   sua   volontà   d’  essere   lì   sepolta.   Riposa   in   pace   sotto   una   lapide   bianca   che   guarda   verso   il   Grappa. 

ASOLO - TOMBA DI E. DUSE COL GRAPPA (TREVISO) 1954

Fonti     Vita,  costume,  e  storia  d’ Italia  tra  gli  anni  venti  e  quaranta   a   cura   di   Roberto   Gervaso    e   dal   sito   Asolo-  città   dai   cento   orizzonti

Eleonora

la Divina qui riposa

nel luogo a

lei più

caro

Isabella Scotti settembre 2021

testo : copyright legge 22 aprile 1941 n° 633

Per chi non avesse letto la prima parte su Eleonora Duse lascio qui il link

https://isabellascotti.wordpress.com/2021/09/26/eleonora-duse/

Per chi fosse interessato alla storia d’ amore tra la Duse e D’ Annunzio consiglio due libri molto interessanti

Più che l’ amore – Annamaria Andreoli – Marsilio Nodi

Come il mare io ti parlo ( lettere 1894 – 1923 ) a cura di Franca Minnucci ( che per dieci anni ha studiato e analizzato il loro carteggio tenendo tra le mani con emozione le lettere della Duse )

Eleonora Duse

Eleonora Duse
Eleonora Duse

Piccola, grandi occhi scuri , capelli ricciuti, frangetta sulla fronte alta, mani bellissime, estremamente autoritaria in scena, vera primadonna – capocomico, padrona dei personaggi drammatici. La ” divina ” Eleonora Duse nasce a Vigevano nel 1858 come figlia d’ arte da una di quelle famiglie girovaghe, che fanno delle tavole del palcoscenico la loro eterna dimora. Senz’ altro una delle donne più affascinanti dell’ 800 simbolo indiscusso del teatro italiano dell’ epoca e della Bella Epoque, che contribui non poco a trasformare in qualcosa di moderno. Armoniosa e femminile, recitava con la forza che le veniva dall’ amare il suo lavoro profondamente. Il teatro, fu veramente la sua vita .

Prima di lei gli attori recitavano in maniera enfatica, caricando gesti e battute. Anche il trucco del viso era esagerato : il volto diventava così una maschera che copriva ogni espressione. Tutto sembrava artefatto, costruito ad hoc. Lei al contrario, recitava d’ istinto , abbandonandosi ad una interpretazione senza trucco, lasciando che fosse il suo io a suggerirle ciò che voleva rappresentare. Viveva con spontaneità le parti talvolta persino improvvisando senza seguire fedelmente il copione e recitava sempre in italiano, anche all’estero.  Questo, però, non era un problema per il pubblico straniero, dal momento che la sua magistrale interpretazione aiutava gli spettatori a comprendere tutto quello che non capivano delle sue parole.

E poi la sua voce…

Com’era?  È quasi impossibile dire: eppure ben questo bisogna che noi lasciamo in eredità alla generazioni nuove che non l’hanno veduta e sentita, e che, ascoltando le narrazioni favolose delle sue magie, cercheranno spasimando di ricrearla intera e viva e tutta invasa dall’ispirazione, per possedere almeno un istante di sogno, la tormentante gioia ch’essa diede a noi che l’udimmo.

Ecco.

Con uno sforzo in cui costringo tutto l’essere, io faccio silenzio in me perché essa parli: e io trascrivo il suono della sua parola.

Modulazioni.

Il primo carattere è questo: una voce in nessun attimo mai uguale a sé stessa, immobile in un tono, irrigidita in una nota che si ripete.

Passaggi e passaggi senza numero e senza tregua per tutta una scala  lunghissima infinita di gradazioni, per via di sfumature così varie e così delicate, che non c’è tono vicino a tono, che non si distingua dal simile per innumerevoli altri toni decrescenti o crescenti: e passaggi morbidi, liquidi, facili, come quelli delle sillabe d’un verso del Paradiso, in cui il fluire della melodia smorza tutte le precisioni dell’armonia e fa della voce un labile tiepido gorgo.

Quando l’anima è piena di dolore, di abbandono, di malinconia, o quando è piena di aspirazioni, di sogni, d’incanto, questa voce delicata e potente si distende agile, rapida e continua su su fino alle più acute vette in cui ride senza rompere o incrinar la parola, o giù giù fino al profondo dove pare che pianga senza che la parola si veli o ristagni.

Ma appena l’ira morda al cuore o la passione artigli, o la gelosia, l’odio, il furore incalzino, la bella e unita corrente si rompe, s’arresta, rimbalza, gorgoglia, violenta gli ostacoli e li travolge, e sono parole spezzate seguite da paurosi silenzi in cui l’anima s’inabissa sbiancando, urti metallici di sillabe che vibrano sonore, scatti, sibili, rombe: e gridi!

Ah i suoi gridi, che tenevano d’improvviso una intera folla, con i capelli sensibili e il brivido freddo alle spalle, sospesa con lei su quella punta di voce spasimante lassù, sopra il vertiginoso baratro della folla e della morte.

Poi… la carezza.

Le sue mani sapevano accarezzare (chi sa come, chi sa come – come bocche che baciano, come avide carni che bevono, come occhi che lacrimano, come chiome notturne che si sciolgono -carezzare e consolare, carezzare e accendere); ma la sua voce carezzava anche più, anche più, perché giungeva per ignote vie a quel più sensibile volto che ha l’anima dentro di noi; e di quell’animo la sua voce toccava le palpebre che si chiudevano, suggellava la bocca che rimaneva immota e tremante, o levava – in quel volto misterioso – pallori e fiamme che poi rimanevano a lungo come un senso di gelo o d’ardore nel sangue.

Una parola d’amore, di bontà, di compassione, di benedizione detta da Lei, era un tale balsamo che chiudeva le più orrende e velenose ferite, o le lasciava aperte, ma dava la voluttà del soffrire perché la parola si ripetesse ancora.

Il cuore al suo parlare, pareva a volte che si aprisse, come un pomo granato maturo, ma piano, senza crepito e senza strappi, come s’aprono le palpebre di un bimbo che si desta.

La sua voce era sempre musica, e solo musica: e la dominavano la dolcezza e la malinconia. Certe sue cadenze interrogative, certi tremiti di stupore, certe avviluppanti e vellutate intonazioni di amore, si approfondivano così nella nostra vita che vi risuonavano a lungo, per giorni, e settimane, e mesi, come certi profumi nel cristallo delle loro fiale, – e di tanto in tanto, anche dopo lungo tempo, un caldo gorgo di beatitudine fluiva improvviso nel cuore, perché qualche suono aveva imitata e rievocata in noi quella voce.

Ettore Cozzani, Milano, agosto 1926

Eleonora Duse

Dazed Gabriele D ‘ Annunzio

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Nel 1894 l’ incontro col ” Vate ”, Gabriele D’ Annunzio, dopo un matrimonio finito male con Tebaldo Checchi e una figlia, Enrichetta. Poi varie relazioni con Marco Praga, Arrigo Boito, capo della scapigliatura lombarda. Per arrivare quindi a quello che fu forse per lei il vero amore . Trentasei anni lei, trentuno lui. Un incontro fortuito il loro che segna l’inizio di una storia lunga un decennio. Un breve tratto nell’arco di una vita, ma per entrambi capitale. Gabriele offrirà alla sua musa una serie di capolavori; Eleonora li metterà in scena. Nasce con questo giuramento il motto che contraddistingue la coppia : ” MORE THAN LOVE ” ( più che l’ amore ) Lui, infatti, è perentorio: esige «più che l’amore». Lei lo corrisponde a oltranza, recitando con trasporto

«Vorrei potermi disfare tutta! Tutto donare di me, e dissolvermi».

Lui le scrive parole d’ amore

Rimani! Riposati accanto a me.
Non andare.
Io ti veglierò.
Io ti proteggerò.
Ti pentirai di tutto fuorché d’essere venuta a me, liberamente, fieramente.
Ti amo.
Non ho nessun pensiero che non sia tuo; non ho nel sangue nessun desiderio che non sia per te.
Lo sai.
Non vedo nella mia vita altra compagna, non vedo altra gioia.
Rimani.
Riposati.
Non temere di nulla.
Dormi stanotte sul mio cuore

Gabriele D’Annunzio

Ma la sofferenza della Duse al fianco di D’Annunzio inizia presto. La loro vita è un’assurda routine: lei continua a recitare, a guadagnare e ad indebitarsi per poter portare in scena le opere teatrali dell’amato. Lui continua a scrivere e a spendere i soldi di Eleonora per potersi mantenere nel lusso più sfrenato. Per Eleonora egli scrive “Il sogno di un mattino di primavera”, stroncato dalla critica come “infantile, presuntuoso e di una noia insopportabile”. Secondo D’Annunzio la colpa dell’insuccesso è di Eleonora, alla quale preferisce la diva Sarah Bernhardt, più celebre e quindi più adatta alle sue divoranti ambizioni. E’ infatti alla Bernhardt che il poeta ha già deciso di affidare “La città morta”, opera che sta scrivendo per Eleonora e in cui lei ripone tutte le sue speranze di gloria comune.
Tradita come donna e come attrice, la Duse decide di troncare la relazione, ma continua contro ogni ragionevolezza ad amare il poeta. E il Vate continua implacabilmente a farle del male. Famoso è l’affronto di “Fuoco”, romanzo autobiografico dove il poeta mette a nudo la loro storia d’amore, pubblica la loro intimità, divulga con insolenza i segreti d’alcova. La risposta della Duse sarà coerente con il suo folle amore : ” La mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta quando si tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana, E poi, ho 41 anni…e amo.” Ma l’offesa più imperdonabile rimane quella di togliere ad Eleonora il ruolo di protagonista nell’opera “La figlia di Iorio” , scritta su misura per lei, quando ormai l’attrice sta per portarla in scena, sa già la parte a memoria e ha persino già pronto il costume. D’Annunzio manderà un fattorino a ritirare il costume di scena, inviando alla Duse un biglietto: “Il teatro è un mostro che divora i suoi figli: devi lasciarti divorare.” Di fronte all’evidenza del tradimento, nel 1904 Eleonora gli scrive: ” Non ti difendere, figlio, perché io non ti accuso. Non parlarmi dell’impero della ragione, della tua vita carnale, della tua sete, di vita gioiosa. Sono sazia di queste parole! Da anni ti ascolto dirle…Parto di qui domani. A questa mia non c’è risposta.”
In effetti non vi fu mai risposta a quell’addio. Solamente molti anni più tardi D’Annunzio sembra volgersi indietro e restituire alla Duse una statura fondamentale nella propria esistenza.
“Io ti amo meglio di prima” le scrive nel ’23, e conclude: “Ti bacio le mani tanto che te le consumo.” La morte della Divina, a Pittsburgh il lunedì di Pasqua del 1924, suscita una commozione enorme. e il suo funerale attraversa l’ America, l’ Oceano e l’ Italia, accompagnato da pietà e rimpianti.
D’Annunzio si appella a Mussolini affinché lo Stato provveda a far tornare in patria, e subito, “la salma adorabile”. Devastato dal rimorso, dice per una volta la verità: ” E’ morta quella che non meritai.”
Al Vittoriale è tuttora presente nella stanza chiamata l’officina una statua raffigurante il volto di Eleonora Duse che il Vate soprannominò musa velata poiché abitualmente teneva la statua coperta da un velo per non provare dolore nel rivedere quell’immagine che la mostrava giovane e bella ancora.

da gabrieledannunzio.it

Al banco di prova, però, la verità sarà un’altra. Occorreranno anni prima che d’Annunzio prenda atto che l’attrice simula un consenso che si guarda bene dall’accordargli. Se corrispondono al vero passione, tradimenti e umiliazioni, sono da ribaltare i ruoli: fu lui la vittima e lei il carnefice. È quanto emerge dai numerosi documenti, dove appare chiaro che a varare la favola dei divi amanti fu Gabriele, maestro nel creare leggende. La personalità carismatica di una donna ben lontana dai cliché dell’epoca e lo sfolgorio di una società europea in cui il teatro e la cultura italiana erano protagonisti sono i cardini di una vicenda che purtroppo non finirà bene. Dieci anni che vedranno la parola fine e che sarà la stessa Duse a terminare.

Preferirei morire in un cantone piuttosto che amare un’anima tale. D’Annunzio lo detesto ma lo adoro… Che fare?

Di lei Luigi Pirandello disse:

“Eleonora Duse è stata una grandissima attrice, e il fatto che ella non abbia trovato il poeta che sapesse sviluppare l’intera ricchezza e la profondità ultima della sua arte, resta un aspetto tragico della sua esistenza”.

Continua…

Stasera da casa

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foto Andrea Romani

Asolo

«Asolo adunque, vago e piacevole castello posto ne gli estremi gioghi delle nostre alpi sopra il Trivigiano.»

Pietro Bembo

Quando si tornava d’ estate a salutare i nostri, come li chiamavamo, ” cugini di campagna ” che vivevano dove ancora vive lei, Liliana ( lui è morto un mese prima di Riccardo ), a pochi Km da Bassano, non potevamo fare a meno di tornare anche ad Asolo. Tutti noi abbiamo sempre amato questa incantevole località delle colline trevigiane, dove tenne corte Caterina Cornaro, regina di Cipro , che ne ebbe la signoria per aver ceduto l’ isola alla Serenissima. Un luogo di villeggiatura ricco di suggestioni medioevali, ma anche un luogo di pace , tranquillo dove il passeggiare, talvolta accompagnato da un silenzio rotto appena dal canto degli uccelli, diventa serenità interiore. A metà agosto Andrea è andato a salutare Liliana, tornando anche ad Asolo, dove per via del covid molti negozi erano chiusi , e alcuni ristoranti anche . Speriamo per loro che riprendano velocemente a lavorare . Le vecchie mura, dove si apre la Porta del Colmarion, cingono in parte il vecchio borgo. Vi spiccano la Rocca poligonale, più volte rimaneggiata, e il Castello della Regina,, di cui oggi restano la Torre dell ‘ Orologio e la sala delle udienze. Nella Loggia del Capitano, singolare costruzione quattrocentesca, ha sede il Museo Civico che contiene reperti archeologici e medioevali , opere di Canova ( 1757 – 1822 ) e del Bellotto ( 1627 – 1700 ) e ancora i ricordi di Caterina Cornaro, il testamento e lettere e costumi di Eleonora Duse e Gabriele D’ Annunzio. Qui il discorso cambia e mi porterà ad una seconda parte da scrivere. Il Duomo, rifatto nel 1747, conserva un protiro quattrocentesco e all’ interno notevoli dipinti di Lorenzo Lotto tra i quali Apparizione della Madonna del 1506 e di Jacopo da Bassano di cui ricordo Assunta del XVI sec. Dal centro si snoda l’ antica discesa al borgo Casella, il Foresto Vecchio , tra piante secolari e antiche dimore come Villa Rubini, Villa Zen, la trecentesca Chiesa di S. Angelo.

La Rocca simbolo della città, si trova sull’ alto del Monte Ricco ( 310 mt ) presentandosi come una solida fortificazione militare . Edificata verso la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, ebbe funzioni di presidio per la città. Ricordo con piacere quanto ci piaceva salire sugli spalti per abbracciare con lo sguardo un panorama stupendo che va dalle Dolomiti a Venezia.

Le indagini archeologiche condotte negli anni ’90 del secolo scorso dall’Università di Padova hanno ricostruito la storia di questo manufatto che presenta diverse e successive fasi insediative.

Inizialmente il Monte Ricco, luogo su cui insiste la Rocca, era sede di un sacello altomedievale, databile tra VI-IX secolo d.C. e di cui rimane un lacerto di pavimento a mosaico, ora conservato presso il Museo civico, che presenta una decorazione con elementi che rinviano alla tradizione paleocristiana (un pesce e un motivo crociato tra fiori di giglio).

Fu successivamente occupata da una vasta area cimiteriale a inumazione databile tra il VI e la prima metà del XII secolo d. C.

Si sovrappose a questa necropoli un insediamento abitativo e forse anche produttivo databile tra X e XII secolo d.C. da collegare al loco Bragida ricordato dalle fonti storiche nel 1076.

La Rocca come la possiamo vedere oggi risale ad un periodo compreso tra XII e XIII secolo, inizialmente come struttura fortificata del tutto distinta da Asolo. La sua costruzione ha comportato la distruzione di una parte dell’insediamento abitativo produttivo precedente e di alcune sepolture della necropoli.

Le tracce delle prime fasi di frequentazione (XIII secolo) sono piuttosto labili anche se tale periodo dovette costituire un momento di notevole importanza militare per il manufatto, mentre più evidenti sono quelle legate alle epoche successive della dominazione del Comune di Treviso (1261-1339), poi veneziana (1339-1379), carrarese (1379-1388) e veneziana ancora (1388-1796).

Tra XIII e XIV secolo è databile la costruzione di una cisterna pozzo per la raccolta del’acqua piovana e la sistemazione dell’area dell’angolo sud-orientale con la costruzione di un forno da pane.
Risalgono al XV secolo alcuni resti di abitazioni addossate alla cinta meridionale con pavimenti in legno e focolari in laterizi che assieme ai documenti con notizie di spese eseguite per la sua manutenzione e per rifornirla costantemente di armi e viveri testimoniano l’importanza strategica della fortezza.

I materiali rinvenuti durante gli scavi archeologici sono costituiti da frammenti di ceramica da cucina, monete, punte di freccia di diversa tipologia, vari elementi mobili (bottoncini, ditali, fibbie), coltelli da cucina e da lavoro tutti esposti presso il Museo civico.

Tra il 1379 e il 1393 per iniziativa carrarese prima e completate poi dai Veneziani furono costruite le mura che congiungono la Città con la Rocca. Estese per circa 1360 metri, pur modificate nei successivi sviluppi urbanistici il loro perimetro è tuttora individuabile; erano dotate di 24 torri e di quattro portelli in corrispondenza delle vie di accesso alla Città.

La costruzione delle Mura resero la Rocca punto di vedetta e presidio della Città e da questo momento seguì le sorti storiche del borgo.

Dalla fine del XV secolo l’importanza militare della Rocca, continuamente bisognosa di interventi di restauro, cala progressivamente, fino a rischiare di essere venduta a privati (1650) come cava di pietre di costruzione. Nel marzo del 1652 il doge Francesco Molino, accogliendo la richiesta degli Asolani, determinò di annullare la vendita dovendo in avvenire la Rocca rimanervi sempre com’era a sola publica dispositione et servitio.

Nel 1990 il manufatto subì un intervento di restauro finanziato con fondi gestiti dalla Regione Veneto finalizzato alla valorizzazione del sito; questo ha comportato lavori per la sua conservazione, il consolidamento della torre posta a sud est ed il restauro della porta di accesso e delle decorazioni parietali esistenti con i simboli della famiglia dei Carraresi; importante è stato il ripristino e la percorribilità del cammino di ronda a cui si può accedere tramite una scala per poter visionare il panorama circostante e il suo interno.

Notizie riprese da Asolo, città dei cento orizzonti

Asolo

un incontro con il

romanticismo , con la

storia e

letteratura

Protiro –  Il termine p. (dal gr. πϱόθυϱον) indica una struttura architettonica anteposta a un portale e dotata di vitalità funzionale autonoma nella copertura e nei sostegni. La forma più usuale del p. è quella costituita da una volta a botte sormontata da un tetto a due spioventi e addossata alla muratura soprastante una lunetta.

Enciclopedia dell’ arte medioevale

Potrebbe essere un'immagine raffigurante attività all'aperto

foto Andrea Romani

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foto Andrea Romani

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Continua…