In luoghi abbandonati noi costruiremo con mattoni nuovi

“In luoghi abbandonati noi costruiremo con mattoni nuovi”
NOTRE DAME, FIRE, PEOPLE

Notre Dame sarà ricostruita. Sì, ma per essere cosa? Un museo? Un monumento nazionale? Il poeta T. S. Eliot scrisse nel 1922 un testo profetico sul bisogno di costruire una Chiesa nel deserto del mondo moderno.

Ma vieni, non lasciare che perdiamo speranza nel mondo prematuramente; il mondo non è ancora stato ceduto alla diplomazia, alle combinazioni e alla scoperta di formule. Ci sono sempre i giovani, i devoti, gli entusiasti, che rompono le catene.

T. S. Eliot

Tra le migliaia di commenti che si sono scritti da quando le fiamme nella cattedrale di Notre Dame hanno catturato la scena sulle TV di tutto il mondo, uno mi ha colpito. Sosteneva che il cristiano era l’unico spettatore capace di dolore ma non di disperazione di fronte al rogo devastante. In effetti stiamo ascoltando voci che ripetono, in queste ore, il dramma, lo scoramento, il dolore sincero e profondo …. senza riuscire a dare un nome vero e autentico alla cosa. Cosa sia, davvero, Notre Dame è sfuocato: la si definisce simbolo della città, museo, monumento nazionale. Si dichiara sia un riferimento imprescindibile, per un vago sentimento di memoria storica, arte, cultura.

Naturalmente è riduttivo, taluni blasonati giornalisti hanno dimostrato un’ignoranza colossale affermando che il nome “Nostra Signora” sarebbe un titolo onorifico perché l’edificio svetta con eleganza sul panorama cittadino. Il mio collega Giovanni Marcotullio ha brillantemente commentato lo strafalcione suggerendo che se la cattedrale è andata a fuoco ieri, ben altro era ridotto a cenere da molto più tempo.

Ora, davanti ai nostri occhi, si manifesta questo paradosso: il mondo intero è disperato per un monumento di cui ignora (o vuole ignorare) l’Origine; il cristiano, che è l’unico a conoscere il volto autenticamente mariano di quelle pietre, non è disperato. Scrive infatti Tom Holland:

Ironia: i Cristiani possono guardare la distruzione di Notre Dame ed essere fiduciosi, pur nella piena costernazione, che solo la Città di Dio è veramente eterna – e che ogni opera umana alla fine sarà polvere. Coloro a cui manca la fede religiosa non hanno questa consolazione. (da Twitter)

Da questo spunto si genera anche uno scorcio sul futuro: cosa verrà ricostruito sullo scheletro di Notre Dame? Macron ha chiesto l’aiuto di grandi talenti, ma è una voce troppo generica. Rimettere mano alla costruzione della cattedrale di Parigi non è un gesto puramente artistico o estetico, non è il restauro di un monumento. E’ qualcosa di più che interpella l’anima nostra di tutti, non meno corrosa e abbattuta, sul senso di avere al centro della città la casa di Dio.

Calza a pennello un’opera (molto ignorata) di T. S. Eliot del 1922 e intitolata La Rocca: il contesto inglese non altera il valore universale delle parole, è un testo teatrale che racconta l’impresa epica, ironica ed eroica di tre muratori a cui è assegnato il compito di costruire una chiesa in un posto di periferia, su un pezzo di terra che è un colabrodo. Si abbatterà su di loro ogni sorta di imprevisto e ostacolo, ma – miracolosamente – saranno aiutati dai santi e da martiri nell’edificazione. La domanda perché ha senso costruire una chiesa? diventa la luce che getta speranza in un mondo che si gongola beatamente nel proclamare ai quattro venti che ha rinunciato a Dio, e ne è felice.

 

Qui vissero atei dignitosi

Ogni edificio che si rispetti viene costruito scegliendo un pezzo di terra, guardando il contesto circostante. In quale recinto di terra va ri-costruita la Chiesa oggi? E’ la voce del Coro quella a cui Eliot affida il giudizio sulla realtà:

Ma sembra che qualcosa sia accaduto che non è mai accaduto prima: sebbene non si sappia quando, o perché, o come, o dove. Gli uomini hanno abbandonato Dio non per altri dèi, dicono, ma per nessun dio.

Il terreno su cui oggi si edifica è il deserto, una sterminata pianura arida piena di anime vuote eppure ebbre di distrazioni:

E il vento dirà: “Qui atei dignitosi vi furono: unico loro monumento la strada asfaltata e un migliaio di palline da golf perdute”. […] Mille vigili che dirigono il traffico non sanno dirvi né perché venite né dove andate.

Lo smarrimento rispetto al senso della vita lo percepiamo tutti, nel sottofondo di voci che ci riempiono incessantemente la testa di altro, di obiettivi parziali, desideri egocentrici, miraggi di puro e passeggero piacere, nichilismo eroico. Tanti mezzi, nessuno scopo. Allora in Eliot sorge la domanda paradossale e acutissima:

Che cosa dice il mondo, il mondo intero forse si smarrisce con auto potentissime su una strada secondaria?

Chi prova, in mezzo a questa selva oscura vestita da Las Vegas, a gettare le fondamenta cristiane viene subito additato e bloccato. Si può costruire tutto in questo deserto ateo, ogni sorta di monumento per ogni specie di ideologia o corrente di pensiero; ma la presenza di una chiesa dà fastidio. Così i tre muratori che devono mettersi al lavoro, vanno nel cantiere e scoprono di non essere una presenza gradita:

Laggiù mi dissero: abbiamo troppe chiese e troppo poche osterie. Laggiù mi dissero: se ne vadano i parroci.

 

Eppure e per fortuna, non c’è via di scampo: il luogo dell’edificazione è questo pantano in cui il terreno non è buono e gli abitanti sono ostili.

 

Costruire una chiesa non è mai solo un compito architettonico. E’ porre al centro della città una domanda scomoda. E’ mettere una pietra angolare, in mezzo a sassi ammucchiati alla buona. Non è in gioco solo la bellezza del panorama cittadino, ma ciò che interroga l’anima di ciascuno:

Ma voi, avete edificato bene che ora sedete smarriti in una casa in rovina?

La Straniera

Un secondo elemento importante nella costruzione riguarda il progetto. Che specie di edificio è una Chiesa, simbolicamente parlando? E’ quasi un mostro, nel senso che è una costruzione terrena che parla di qualcosa di eterno. Porta all’umano un messaggio che è sempre sfuggente da ogni gabbia di riduzione, è espressione viva della voce del Padre trasmessa dall’eco di voci umane balbettanti. Eliot la definisce la Straniera, una presenza che abita qui con noi eppure viene da altrove, non ci è comprensibile e gradita fino in fondo:

Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Perché dovrebbero amare le sue leggi? Essa ricorda loro la Vita e la Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare. E’ gentile dove sarebbero duri e dura dove vorrebbero essere teneri. Ricorda loro il male e il peccato, e altri fatti spiacevoli. Essi cercano sempre di evadere dal buio esterno e interiore, sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono.

Ed è facile che lo straniero diventi nemico. La Chiesa non ha ricette buoniste, non ha neppure scopi utilitaristici con cui ammaliare la gente. Mentre i tre giovani muratori protagonisti de La Rocca cominciano a mettere mano alle fondamenta della chiesetta, arriva, tra i molti oppositori, un agitatore che richiama gli abitanti al fatto che è inutile avere un luogo di culto, sarebbe molto più utile avere nuove case popolari:

Amici, voglio la vostra attenzione per un momento. Vedete quell’edificio che viene costruito laggiù? Sapete cos’è? Pensate che stiano costruendo abitazioni decenti per persone come me e come voi? Nulla di tutto questo o anche di meno. E’ una chiesa, ecco cos’è. E cos’è una chiesa, voi vi chiederete. E’ un luogo dove praticano una degradante e consumata superstizione, un abominio che dovrebbe essere eliminato dalla faccia della terra, in questi che si chiamano tempi illuminati.

Questa voce rappresenta perfettamente tante voci che quotidianamente incontriamo e attaccano la cristianità come qualcosa di inutile, perfino dannoso. La Francia è senz’altro il paese che più di ogni altro ha rivendicato a testa alta la sua laicità, il suo ateismo diciamo pure. E ora è tutta impegnata a guardare i resti della sua cattedrale più magnifica, senza capire davvero cosa sia quel luogo. Ma noi cristiani lo sappiamo o dovremmo saperlo; senza alterigia, spocchia o irruenza dobbiamo ricominciare a mettere mano all’opera.

 

 

L’intera memoria del mondo è in tilt. Ma non è una novità, è il sentiero su cui Cristo stesso ha camminato: la via della dimenticanza, dell’ignominia, della morte sono instancabilmente da percorrere. Non dobbiamo aspettarci che la Sua presenza sia ascoltata né gradita, dobbiamo solo portarla e portarla da capo tutte le volte che viene bruciata. Così Eliot:

“In luoghi abbandonati noi costruiremo con mattoni nuovi”

La Chiesa deve edificare di continuo perché è continuamente minata dall’interno e attaccata dall’esterno; perché questa è la legge della vita; e dovete ricordare che in tempo di prosperità il popolo dimenticherà il Tempio e in tempo di avversità gli sarà contro.

Il Tempio deve sempre essere costruito, deve sempre essere distrutto, deve sempre essere ricostruito, così che voi possiate ricordare, osservando il passato, la brulla pianura del futuro, dove il Tempio deve essere ancora costruito. Così che voi possiate ricordare le vite che attendono il proprio tempo per nascere, per essere dedicate, sulla brulla pianura del futuro, bruciando come luci solitarie.

Mattoni nuovi

Il progetto prende corpo se chi costruisce sa perché costruisce. E ciascuno di noi, facendo i conti col suo essere cristiano, sentirà – oltre le proprie umorali opinioni – di appartenere a una casa che sola è riuscita a dargli una luce durevole in mezzo al buio che ci si porta dentro o che incombe da fuori. In un mondo duro e inospitale ci siamo sentiti a casa nel nostro quotidiano grazie a Cristo.

E’ da questa concretezza grata, fatta di esperienza, che tutto riparte dopo ogni incendio, terremoto, tsunami, guerra. Speriamo non venga mai un tempo in cui l’uomo cessi di alzare la testa e dire: io ho un motivo per ricostruire una casa in mezzo al deserto.

Eliot sceglie di affidare la voce di una speranza semplice a un muratore; cioè a tutti noi, che siamo all’opera con le mani più che con la pura astrazione. Si chiama Ethelbert questo giovane e spetta lui infondere coraggio nei colleghi muratori che getterebbero la spugna di fronte alle tante obiezioni incontrate nell’edificazione della chiesa. Lui ricorda loro il senso della loro fatica:

Prendi una chiesa. Non c’è profitto in questa. È per me e per te. […] E nel costruire questa chiesa stiamo costruendo qualcosa di più che non mura di calce e mattoni. […] C’è qualcosa di forte e duraturo in una costruzione. Tu non hai bisogno di credere in Dio, ma hai bisogno di credere in una costruzione. Va su e ancora su nel cielo, avanti e ancora avanti negli anni, e parla con le sue luci e le sue campane nella notte e nella luce del giorno, e resta quando io e te saremo polvere.

Un uomo semplice, alle prese con la calce e i mattoni, intuisce la grande portata dell’Incarnazione: Chi non muore è sceso sulla terra facendosi mortale. Dando testimonianza a Lui con una chiesa costruisco qualcosa che è nel tempo, ma supera il tempo: ricorda a ciascuno il destino eterno e perciò anche il valore tutt’altro che inutile del suo faticare sulla terra. Non sono pietre soggette al disfacimento quelle che portiamo di giorno in giorno. Tutto può crollare, ma è solo l’involucro caduco di un nucleo immortale. E’ vero per il nostro corpo ed è vero per il corpo ferito di Notre Dame, perché fu vero per il corpo di Cristo.

 

 

Serviranno talenti per il restauro della meravigliosa cattedrale di Parigi, ma non facciamo mancare anche il popolo di muratori che da secoli ha ricostruito la Chiesa e che oggi ha il nostro volto. Loro ci metteranno le idee pratiche, noi dobbiamo far sì che si custodisca il seme eterno di Bene che contiene. Così Eliot ci richiama a rimetterci al lavoro:

 

In luoghi abbandonati

Noi costruiremo con mattoni nuovi

Vi sono mani e macchine

e argilla per nuovi mattoni

e calce per nuova calcina.

Dove i mattoni sono caduti

costruiremo con pietra nuova

[…]

C’è un lavoro comune

una chiesa per tutti

e un impiego per ciascuno.

Ognuno al suo lavoro.

 

 

Carissimi   sono   tornata   ieri   sera   dalla   Francia   e   sono   in   procinto   di   ripartire   per   i   prossimi   giorni   di   festa.   Avrei   voluto   rifarmi   viva   dopo   tutte   le   ferie   completate,   ma   il   fatto   di   Notre   Dame,   il   suo   rovinoso   incendio,   mi   ha   spinto   a   pubblicare   questo   articolo   che   tra   i   tanti   che   ho   letto,   mi   pare   il   più   interessante   per   la   visione   che   offre   sull’argomento   ricostruzione.    Quando   mio   figlio   mi   scrisse   dell’ incendio ,  rimasi   scioccata   e   corsi   alla   televisione   per   rimanere   sconvolta   dalla   caduta   improvvisa   della    flèche,   la   grande,   sottilissima   guglia   e   da   quella   immagine   che   non   dimenticherò   mai   ripresa   dall’  alto,   da   un   drone   del   giornale   La   Croix,   di   come   il   fuoco   avesse   disegnato   una   croce   fiammeggiante .     Forse,   tutto   questo,  un   segno   premonitore,   un   avvertimento   per   l’uomo,   di   riprendere   la   retta   via,   oggi   preso   com’è   da   tante,    troppe,  esagerate   stupidaggini.     Notre   Dame,   che   visitai   in   viaggio   di   nozze,   è   rimasta   nel   mio   cuore   da   allora,   assieme   al   romanzo   di   Victor   Hugo    che   Riccardo   Cocciante  mise   in   musica   e   che   mi   vide   spettatrice   entusiasta.

Una croce in fiamme. Il drone riprende Notre Dame distrutta

Questa   l’  immagine   di   cui   sopra   da   Il   Tempo.it

E   qui   per   voi   la   famosa   canzone   di   Cocciante

 

Ancora,   ricordando   il   giorno   della  Domenica   delle   palme,   dove   con   tanti   francesi   presi   della   celebrazione,   ho   partecipato  alla   Santa   Messa   e   vissuto   con   emozione   la   Passione   di   Gesù,   voglio   lasciarvi   con   uno   stralcio   di   una   preghiera   di   Ronald   Barakat     che   concludeva   la   messa.   Non   lo   conosco   ma   vi   assicuro   che   questa   preghiera   è   bellissima.   Debbo   scappare   e   purtroppo   non   posso   stare   più   qui   per   ovvi   motivi.    Accontentatevi   di   queste   poche   righe.   Grazie   a   tutti   dei   vostri   commenti   ai   quali   risponderò   al   mio   ritorno.

 

…Je   t’   accueille,   Seigneur,

d’un   élan    extatique,

a   travers   les   clameurs

je reçois   ta   musique  ;

 

j’ accueille   ton   sourire

en   attendant   ta   Croix

qui   me   fait   dèjà    dire

et   redire  :   Je   crois ! 

 

Auguro   a   tutti   voi   una   serena   e   santa   Pasqua   di   Resurrezione.   La   vostra   Isabella

 

Annunci

Un pò di musica, lontana nel tempo

Buona   domenica,   cari   amici.   Sapete,   ho   in   mano   una   tazzina   di   buon   caffè   e   mi   è   venuta   in   mente   l’idea   di   ascoltare   un   po’   di   musica   d’altri   tempi.   Penso   mi   potrete   perdonare   se   la  propongo   anche   a   voi.     Ho   scelto,   tra   i   tanti   cantanti   dei   tempi   che   furono,  Wilma   De   Angelis     che   oltre   ad   essermi   molto   simpatica   ha   una   voce   limpida  ,    fresca   anche   oggi   alla   sua   bella   età (   è  del   1930 )   .   L’ho   rivista   giorni  fa   ospite   dalla   Caterina   Balivo,   sempre   gioviale   e   uguale   a   come   me   la   ricordavo .  Joe   Sentieri , un   ragazzone   simpatico   che   piaceva   anche   a   mio   padre,     di   cui   ho   ricordi   piacevoli   di   quando   piccola     sul   lettone   di   casa,   con   i   miei   genitori,   ascoltavamo   alla   radio   il   festival,   e   dulcis   in   fundo   la   grande   Nilla   Pizzi,   di   cui   lascerò   sentire   solo   la   sua   voce  cantare.

 

Ci   sono   persone   che   invecchiano   restando   giovani.    Della   De   Angelis   vi   propongo   tre   sue   canzoni.   Con   la   prima   debuttò   al   Festival   di   Sanremo   del   1959 .   Con   la   seconda   nel   1960   arrivò,  in   coppia   con   Joe   Sentieri,    terza.   L’  ultima   che   vi   faccio   ascoltare,  famosissima,   la  ricantò   alla   trasmissione   di   Paolo   Limiti   ”   Ci   vediamo   in   tv  ”.   Grande   personaggio   Limiti,   a   cui   tanto   deve   la   canzone   italiana.   Quella   trasmissione   la   vedevo   tutti   i   pomeriggi.   Tra   aneddoti   e   ospiti   vari,   ci   sapeva   condurre   per   mano   attraverso   la   musica   e   il   cinema.   Mi   manca   tanto   quel   suo   modo   garbato   di   fare   televisione.    Paroliere,   autore   televisivo,   produttore,   esperto   di   cinema   hollywoodiano   degli   anni   venti   e   trenta   era   un   piacere   sentirlo   raccontare   la   vita   e  gli   aneddoti   di   attori   del   calibro   di   Esther   Williams,   di   Joan   Crawford  e   Marylin   Monroe.   Oggi   non   ci   sono   certo   in   tv   persone   del   suo   calibro.   Se   qualcuno   mi   venisse   a   dire   :   ”   ma   come   non   c’è   forse   Fazio  ?  ”   gli   riderei,   scusatemi,   subito   in   faccia.   Comunque   lasciamo   perdere.    Di   Nilla   Pizzi   inutile   dire   che   è   stata   la   ”   regina”   della   musica   italiana.   Di   lei   ho   scelto   non   la   solita   ”   Vola   colomba”,   state   tranquilli,   ma   qualcosa   nemmeno   in   italiano,   bensì   in   spagnolo.   Ospite   da   Limiti,   ricordo   che   ne   apprezzai   tantissimo   la   bravura   proprio   affrontando   testi   in   spagnolo   dove   secondo   me   affiorano   bene   le   sue   doti   vocali.  Ecco   a   voi,    quindi,   la   mia   scelta   musicale   di   questa   domenica.   Quando   si   tratta   di  buona   musica   e   belle   voci   non   si   bada   al   tempo   che   è   passato ,  e   riascoltare   brani,   un   po’   dimenticati,   può   essere   piacevole.   Quindi   buon   ascolto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dimenticavo   di   dirvi   che  sparisco  per  un   po’.   Mi   rifarò   viva   al   mio   ritorno,   se   Dio   vorrà.   Vi   abbraccio   tutti   e   mi   raccomando,   passate   una   serena   Pasqua   di   Resurrezione.   La   vostra   Isabella

Mia primavera

Sei tu la Primavera che io aspettavo,
la vita moltiplicata e brillante,
in cui è pieno e perfetto ogni istante.

Sophia   de   Mello   Breyner   Andresen

 

Visualizza immagine di origine

meioambiente.culturamix.com

 

Aprendo   

la   finestra,

ho   notato

che   i   rami

del   pesco

son   tutti

in   fiore.

Anche   le   margherite

si   son   moltiplicate

tra   i   fili   d’ erba.

E   le   rondini

allora ?

Come   svolazzano

nel   cielo   terso…

sì   

è   sbocciata

Primavera.

Mai

me   ne   sarei 

accorta,

se   non   fosse

sbocciata

prima   in   me.

Sono   rinata,

come   i   fiori

e   tutta   

la   natura

che  

in   questa   stagione,

torna

a   vivere. 

Sono   rinata,

perchè

posso   girarmi

e   guardarti,

quando   ancora

sdraiato

sul   letto,

riposi,

dopo   avermi   amata.

Sono   rinata,

da   quando

una   ventata   fresca,

s’è   portata   via

le   mie   paure,

le   mie   insicurezze.

Sei   arrivato   tu,

perfetto,

equilibrato,

mia   gioia,

mio   complice,

mio   amante.

Tu,

incanto

dei   miei   giorni,

mia   primavera.

 

Isabella   Scotti   marzo   2019

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

Leggendo   Andresen

 

Buon   pomeriggio   cari   amici.   La   vostra   Isabella

Qualche haiku d’amore e non solo

”   Tu   sollevi   la   marea   su   di   me   ogni   giorno   ed   insegni   ai   miei   occhi   a   vedere   ”

Bob   Dylan

Visualizza immagine di origine

gruppi.chatta.it

 

Sguardi   d’intesa

mani   che   si   sfiorano

è   desiderio

 

Isabella   Scotti   marzo   2019

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

Visualizza immagine di origine

pinterest.es

 

Battito   cuore

aumenta   sempre   di   più

calda   passione

 

Isabella   Scotti   marzo   2019

testo   :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

Ed   ora  haiku   dedicati   alla   natura

 

Visualizza immagine di origine

it.freepik.com

 

Api   volano

con   insistente   ronzio

fiore   cercano

 

Isabella   Scotti   marzo   2019

testo   :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

Visualizza immagine di origine

it.depositphotos.com

 

Nel   grande   stagno

le   ninfee   galleggiano

lievi   barchette

 

Isabella   Scotti   marzo   2019

testo   :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

 

 

Visualizza immagine di origine

hampton.it

 

Nera   formica

esce   dalla   fessura

del   battiscopa

 

Isabella   Scotti   marzo   2019

testo   :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

 

Visualizza immagine di origine

naturamediterraneo.com

 

Estiva   sera

in   campagna   nascosto

il   grillo   canta

 

Isabella   Scotti   marzo   2019

testo   :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

Buona   giornata   amici.   La   vostra   Isabella

A te mi rivolgo

Dovrei   essere   contenta   per   l’ arresto   dell’ ennesimo   infame ,  che   dopo   essere   fuggito   dai   domiciliari   ad   Ercolano,   ha   raggiunto   Reggio   Calabria   col   solo   scopo   di   dare   fuoco   all’ ex   moglie.   Dovrei   essere   contenta ,  se   fossi   certa   che   in   Italia   esiste   la   ”giusta”   giustizia.   Purtroppo   non   è   così.   Gli   episodi   di   questi   giorni,   riguardanti   uomini   arrestati   a   cui   vengono   ridotte   le   pene,   grazie   a   giudici   che    interpretano   il   loro   agire   o   come   persona   in   preda   a   ”   tempesta   emotiva  ”   in   un   caso,   o   in   un   secondo   caso   perché   l”assassino   era   fortemente   deluso  e   disperato    tanto   appunto   da   uccidere,   parlano   da   soli.   Se   queste   donne   fossero   state   imparentate   con   questi   giudici,   mi   sarebbe   piaciuto   vedere   come   avrebbero ,   di   fronte   all’omicidio,  reagito.   Io   non   capisco   più   niente   di   come   questo   mondo   stia   andando   avanti.   Una   cosa   sola   so  :    che   nulla   mi   piace ,   e   che   tutto   quello    che   vedo   mi   dà   l’angoscia.   Per   cui   mi   sfogo   con   voi   amici.   Perdonatemi   e   sopportatemi.

Vi   lascio   con   una   poesia   che   dedico   a   tutte   le   donne   vittime   di   una   bestialità   inaccettabile.   A   presto.   La   vostra   Isabella

 

A   TE   MI   RIVOLGO

 

Cosa   vedi

in   me

uomo,

di   così   sbagliato,

tanto

da  

usarmi

violenza?

Cosa   c’è   in   me

che   non   sopporti

tanto   da   colpirmi

ripetutamente,

perché   tutto

questo   odio

nei   miei   confronti?

Non   riesco   a   comprendere.

Forse   perché   

voglio   lasciarti ?

Io   credevo

nel   nostro   stare

insieme.

Credo   sia

  la   cosa   più   bella

amarsi,

volersi   bene, 

accettarsi.

Ma   tu  

ogni   giorno

mi   trattavi

come   un   tuo

oggetto,

da   usare

come   e   quando

volevi.

Che   dovevo   fare?

Rimanere  ?

No.

Ho   deciso   diversamente.

Come

avrei   voluto  che

le   tue   mani

non   mi   strappassero

i   vestiti   di   dosso,

non   mi   schiaffeggiassero,

non   mi   riempissero

la   faccia

di   pugni.

Sono   stanca

dei   tanti   soprusi.

Quanta   ingiusta   violenza.

Vorrei…

o   sì

come   vorrei

essere   trattata   da   te

con   dignità,   con   rispetto.

Io   donna,   tu   uomo,

nessun   padrone,

ciascuno

con   la   propria   individualità,

col   sapere   sopportare,

perdonare   e   amare.

Che   io   e   te

ci   amassimo   davvero.

Ti   prego ,

ora   che   la   tua   mano

s’ è   armata   di   coltello,

fermala,

non   uccidermi,

lasciami   vivere,

non   macchiarti

del   mio   sangue

innocente

 

Isabella   Scotti   marzo   2019

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

 

 

 

 

Un pò di dolcezza

Oggi   che   è   domenica,  voglio   che   per   un   po’ ,  si   dimentichino   le   brutte   notizie   di   questi   giorni.   Cosa   di   meglio   che   un   po’   di   dolcezza   per   tutti.   Ascoltate   questo   brano   che   amo   molto,   e   lasciatevi   ipnotizzare   da   due   voci   che   sanno   creare   atmosfera.   Un   incontro   magico   dedicato   a   chi   cerca   l’ amore.

Buona   domenica   cari   amici.   La   vostra   Isabella

 

I precursori della sinfonia

A   Lipsia   esiste   un   manoscritto   del   XV   secolo   dove   si   legge   la   parola  ”  sinfonia  ”   sopra   un   brano   ”  per   tuba   ed   altri   strumenti   armonici  ”.   La   stessa   parola   dopo   questa   prima   volta,   si   ritrova   in   Luca   Marenzio,   uno   dei   più   famosi   compositori   della   sua   epoca,  definito   ”  il   dolcissimo   cigno   italiano  ”.

da   Wikipedia

Egli   chiama   ”  sinfonie  ”   alcuni   intermezzi   strumentali   inseriti   in   opere   vocali,   apparse   nel   1589.   Anche   altri   maestri   del   XVII   secolo   usarono   tale   parola   per   indicare   composizioni   musicali.   Ad   esempio   Salomone   Rossi    ,   che    si   autodefiniva   l’ ebreo ,   e   di   cui   nulla   sappiamo   se   non   del   periodo   in   cui   servì   come   violinista   alla   corte   di   Mantova   dal   1587   al   1628 ,   pubblicò   nel   1607   un   volume   di   composizioni   strumentali   che  chiamò   ”  Sinfonie   e   Gagliarde  ”.    Il   significato   di   questo   secondo   termine   è   chiaro  :   così   si   chiama   una   danza,   detta   anche   ”  gaillarde  ”,   per   lo   più   allegra   che   nella   suite   seguiva   una   danza   in   tono   molto   solenne  o   una   pavana   ( La   pavana   è   una   danza  di   corte   in   metro   binario   e   di   andamento   moderato,   che   sostituì   nel   primo   quarto   del   XVI   secolo   la  bassadanza   e   che   ebbe   il   suo   periodo   di   splendore   nel   XVI  e   XVII   secolo e   anche   nel   XVIII   secolo.   La   pavana   è    la    danza    aristocratica    per   eccellenza   e  trionfa   in   tutte   le   corti   italiane   ed   europee:   si   tratta   di   una  sorta   di   passeggiata   cerimoniale,   cui   è   affidata   l’apertura   di   ogni   ballo   di   corte   e   può   persino accompagnare   l’ingresso   della   sposa  in   chiesa.  WIKIPEDIA )

Comunque   il   concetto   di   ”   sinfonia  ”   si   identifica   ancora   con   quello   di   semplice   brano   strumentale.    Si   tratta   di   brani   che   vengono   catalogati   come   antenati   della  ” sonata  ” .   In   seguito   dal   punto   di   vista   formale   esse   avranno   molte   cose   in   comune   ma   già   dai   loro   albori   sono   quindi   strettamente   legate.

Contemporaneo   di   Rossi,   fu   Biagio   Marini.    –  ( Compositore   e   violinista, nato a Brescia prima del 1597, morto a Venezia nel 1665. Probabilmente allievo di C. Monteverdi, fu, dal 1615 al 1618, violinista della cappella di San Marco. Nel 1620 è a Brescia, alla chiesa di S. Eufemia, nel 1622 alla corte di Parma e dal 1623 al 1645 al servizio del conte Palatino di Neuburg e Düsseldorf, nel quale tempo gli vengono largite lettere di nobiltà e la dignità di consigliere di camera. Più tardi lo troviamo a Ferrara e a Milano. È il primo violinista che si sia fatto un nome anche quale compositore di musica strumentale da camera. Si deve a lui la più antica Sonata “a violino solo” (pubblicata nel 1617), nella quale il violino è trattato polifonicamente e non ha bisogno di uno strumento accompagnatore.   di Fausto Torrefranca – Enciclopedia Italiana (1934) )

Svolse   la   sua   attività   presso   corti   principesche   italiane   e   tedesche   e   può   forse   essere   designato   come   il   primo   virtuoso   di   violino   e   autore   di   musiche   per   tale   strumento.   Il   suo   ” opus  I  ”   del   1617,   include   una   ”   sinfonia   breve  ”   e   il   suo   secondo   lavoro   porta   il  titolo   di   ”  Madrigali   e   Sinfonie”  ,   il   che   vuol   dire   semplicemente   che   trattasi   di   brani   in   parte   vocali   e   in   parte   strumentali.   Nella   storia   degli   albori   della   sinfonia,   si   potrebbe   anche   includere   ”   le   Sinfonie   Ecclesiastiche  ”   del   celebre   Adriano   Banchieri   .

”   Il compositore teorico e letterato Adriano Banchieri nacque a Bologna nel 1568.

Fattosi monaco olivetano, si dedicò assiduamente allo studio della teoria musicale e delle liriche, introducendo l’uso delle stanghette divisorie delle battute musicali nelle partiture di composizioni vocali e inventando, insieme con Orazio Vecchi, il cosiddetto “madrigale drammatico”, su soggetti comici.

Fu organista a Lucca e fondatore dell’Accademia dei Floridi. Fra i suoi trattati teorici vanno ricordate le Conclusioni, un’analisi degli strumenti, del tipo di musica e del ruolo dei musici nel suo tempo, e l’Organo suonarino, del 1605.

Tra i ‘madrigali drammatici’ risaltano invece Il festino della sera del giovedì grasso (1609), La pazzia senile (1598) e La saviezza giovanile (1607).

Per quanto riguarda la musica sacra da lui composta, sono giunti fino a noi i Concerti Ecclesiastici (1595) e una Messa solenne (1599) a 8 voci.

Da un punto di vista strettamente letterario di Banchieri è famoso il Cacasenno, in seguito aggiunto al Bertoldo e Bertoldino di Giulio Cesare Croce.

Morì a Bologna nel 1634.  ”

Note biografiche a cura di Maria Agostinelli.    (   http://www.liberliber.it   )

 

 

 

Ascoltando   le   ‘‘   Sinfonie   ecclesiastiche  ”,   constatiamo   come   nell’accezione   dell’epoca   il   significato   della   parola   ”   sinfonia  ”   fosse   più   o   meno   quello   di   ”   pezzo   per   strumenti  ”  ;   nello   stesso   senso   erano   usati   i   termini   ”  sonata  ”   e   ”  toccata  ”,   entrambi   di   identica   origine,   perché   sia   l’uno   che   l’altro   termine   stanno   a   significare   semplicemente   ”   brano   da   suonare  ”   e   quindi   musica   strumentale,   contrapposta   a   ”   cantata  ”,   cioè   musica   vocale.   A   tale   proposito   va   notato   che   i   compositori   italiani   d’ opera   del   XIX   secolo,   Rossini,   Donizetti,   Bellini   e   perfino   Verdi ,   chiamavano   sempre   e   comunque   sinfonie   i   brani   introduttivi   dei   loro   lavori   teatrali   (   che   altrove   da   lungo   tempo   erano   definiti   ouvertures   o   Vorspiele  )   e   ciò   in   un   periodo   in   cui   tale   parola   aveva   ormai   acquistato   nella   morfologia   musicale,   un   ben   preciso   significato.

La   sinfonia,   quale   oggi   la   intendiamo,   andò   prendendo   forma   solo   intorno  ala   metà   del   XVIII   secolo.   Coloro   che   per   primi   se   ne   servirono   sono   quasi   sconosciuti   al   grande   pubblico   e   di   essi   si   occupano   ormai   solo   gli   studiosi.   Ben   presto   però   si   formò   quella   che   si   potrebbe   definire   la   prima   ”  generazione   di   classici  ”,   i   primi   cioè   compiuti   creatori  :   Haydn   e   Mozart,   con   mezzi   incredibilmente   poveri,   costruirono   un   nuovo   edificio    sonoro.   In   poche   decine   d’anni   si   giunse   al   titano   che   mandò   in   frantumi   le   norme   da   poco   stabilite,   per   trasformare   in   musica   le   esperienze   del   proprio   cuore   :   Beethoven,   di   cui   racconto   qualcosina   in   altri   miei   post.  Poco   dopo   Schubert ,   un   giovane   del   tutto   inadatto   alla   vita,   solo   e   senza   appoggi,   saprà   trasfondere   nelle   sue   melodie   i   dolori   ineffabili   e   le   lacrime   non   piante.

 

 

 

A   questo    punto   la   sinfonia   diviene   specchio   del   periodo   romantico,   del   secolo   XIX,   col   quale   giungerà   a   termine   un   lungo   periodo   storico  :   sorgerà   una   nuova   era,   i   cui  principi,   la   cui   tecnica,   il   cui   spirito   di   collettivismo,   il   cui   materialismo   apriranno   orizzonti   assolutamente   nuovi   al   regno   dell’arte.

La   sinfonia,   riflette   gli   slanci   romantici,   i   dissidi   dell’anima,   la   profonda   fede   e   il   tacito   dolore;   canta   il   primitivo   contatto   con   la   natura   e   innalza   lo   spirito   verso   mistiche   altezze.   Essa   sviluppa   l’  antica   aspirazione   ad   una   forma   chiara,  quasi   classica,   in   se   stessa   valida,   introducendo   anche   parti   descrittive,   programmatiche,   pittoriche.

 

Fonte   –   Storia   della   musica    La    Sinfonia    –   Kurt   Pahlen