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artgeist.it

Brilla   la   luna   tra   il   vento   d’  autunno,

nel   cielo   risplendendo   come   pena   lungamente   sofferta.

Ma  non   sarà   il   poeta   a   rivelare

le   ragioni   segrete,   il   segno   indecifrabile

di   un   cielo   liquido   di   ardente   fuoco

che  annegherebbe   le   anime,

se   sapessero   il   loro   destino   sulla   terra.

La   luna   quasi   mano

divide   ingiustamente,   come   bellezza   usa,

i   suoi   doni   sul   mondo.

Guardo   pallidi   volti.

Guardo   fattezze   amate.

Non   sarò   io   a   baciare   il   dolore   che   nei   volti   si   mostra.

Solo   la   luna   può   chiudere,   baciando,

quelle   palpebre   dolci   che   la   vita   ha   stancate.

Quelle   labbra   lucenti,   labbra   di   luna   pallida,

labbra   sorelle   per   i   tristi   uomini,

sono   un   segno   d’  amore   nella   vita   deserta,

sono   il   concavo   spazio   dove   l’  uomo   respira

e   vola   sulla   terra   ciecamente   girando.

Il   segno   dell’  amore   nei   volti   amati   a   volte

è   solo   la   bianchezza   brillante,

la   dischiusa   bianchezza   di   quei   denti   che   ridono.

Allora   si   che   in   alto   la   luna   si   fa   pallida,

si   estinguono   le   stelle

e   c’è   un’  eco   remota,   uno   splendore   ad   oriente,

vago   suono   di   soli   che   anelano   ad   irrompere.

Quale   gioia,   che   giubilo   quando   il  riso   rifulge !

Quando   un   corpo   adorato,

eretto   nel   suo   nudo,   brilla   come   la   pietra,

come   la   dura   pietra   infiammata   dai   baci.

Guarda   la   bocca.   In   alto   diurno   un   lampeggiare

attraversa   un   bel   volto,   un   cielo   dove   gli   occhi

non   sono   ombra,   ciglia,   inganni   rumorosi,

ma   la   brezza   di   un’  aria   che   percorre   il   mio   corpo

come   un’  eco   di   giunchi   che   cantano   levati

contro   le   acque   vive,   fatte   azzurre   dai   baci.

Il   puro   cuore   amato,   la   verità,   la   vita,

la   certezza   di   un   amore   irraggiante,

la   sua   luce   sui   fiumi,   il   suo   nudo   stillante,

tutto   vive,   resiste   ,   sopravvive   ed   ascende

come   brace   lucente   di   desiderio   ai   cieli.

Ormai   è   soltanto   il   nudo.   Solo   il   riso   nei   denti.

La   luce,   la   sua   gemma   folgorante :   le   labbra.

E’   l’  acqua   che   piedi   adorati   bacia,

come   occulto   mistero   bacia   la   notte   vinta.

Ah   meraviglia   lucida   di   stringer   nelle   braccia

un   odoroso   nudo,   circondato   da   boschi !

Ah   mondo   solitario   che   sotto   i   piedi   gira,

ciecamente   cercando la   sua   sorte   di   baci !

Io   so   chi   ama   e   vive,   chi   muore   e   gira   e   vola.

So   che   lune   si   estinguono,   nascono,   vivon,   piangono.

So   che   due   corpi   amano,   due   anime   si   fondono.

trad.   di    M.   Vazquez    Lopez

Vicente   Aleixandre  

poeta spagnolo (Siviglia 1898-Madrid 1984). Come gli altri scrittori appartenenti alla “Generazione del ’27”, fu sensibile alle correnti estetiche di avanguardia e per molti aspetti la sua poesia può definirsi surrealista, sebbene l’entroterra culturale su cui si modella a sua esperienza sia la grande tradizione poetica di lingua spagnola, e in particolare Góngora e Rubén Darío. Nella sua ricerca Aleixandre tenta di trascendere il piano della coscienza per far emergere le possibilità espressive dell’inconscio, che si configura in una visione del mondo quasi panteistica, in cui la metafora accosta, attraverso immagini e contrasti, aspetti diversi della natura e dell’uomo: spesso le sue metafore alternano visioni fortemente pessimistiche ad analisi più tendenti alla fiducia nel progresso. Uno dei temi ricorrenti della sua poesia è il rifiuto ostile della città e la ricerca di un paradiso che è proiezione dell’infanzia. Fra le sue opere principali sono da ricordare: Ámbito (1928), Espadas como labios (1932; Spade come labbra), Pasión de la tierra (1935; Passione della terra), La destrucción o el amor (1935; La distruzione e l’amore), Sombra del Paraíso (1944; Ombra del Paradiso), Nacimiento último (1953), Historia del corazón (1954; Storia del cuore), En un vasto dominio (1962; In un vasto dominio), Poemas de la consumación (1968; Poemi della consunzione), Sonido de la guerra (1972), Poesía superrealista (1971), Diálogos del conocimiento (1974 e 1976; Dialoghi del conoscere), opera nella quale la poesia approda nell’ambito della riflessione filosofica intorno al tema della morte. Nel 1977 è stato insignito del premio Nobel per la letteratura. Pubblicazioni postume: Epistolario (1986), a cura di J. L. Cano e Nuevos poemas varios (1987; Nuove poesie).

da   Sapere.it


 

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Ulivo,

che   sembri

piangere

per   lo   scempio

che   di   te

fa

l’  odiosa   xylella,

non   abbatterti,

non   lasciare

che   ti   uccida

ogni   giorno

di   più.

Ribellati,

ulivo

vecchio   di   secoli.

Alza   i   tuoi   rami

non   lasciare

che   diventino   secchi,

non   soccombere.

Regalaci

ancora

i   tuoi   frutti,

regalaci   ombra,

come   sempre

hai   fatto.

Il   tuo   legno,

durissimo,

non   può   cedere,

non   può   diventare

cartapesta.

Voglio   ancora

in   terra

di   Puglia,

in   campagna,

ovunque   tu   sia,

vederti   rigoglioso,

solare.

Vinci   la   tua   battaglia,

lotta   contro

la   xylella   fastidiosa.

Raddrizza

la   tua   chioma

fluente,

torna   ad   essere

la   pianta   che   eri,

che   sei   sempre   stata.

Torna   a   produrre

quell’ olio   ambrato,

di   cui   tutti   

andiamo   fieri,

resta   con   noi,

non   scomparire.

Come   potremmo

vivere   la   Pasqua

senza   il   dono

di   un   tuo   ramo,

simbolo   della   gioia,

d’  infinito   amore  ?

 

Isabella   Scotti   ottobre  2019

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

Vederli   così   malati   da   vicino,    vi  assicuro   è   una   tristezza.

Ora   per   voi   la   voce   del  grande   Pablo   Neruda

Ode  all’ulivo

Accanto al frusciare
del cereale, tra le onde
del vento sull’avena,
l’ulivo
dal volume argentato,
stirpe austera,
nel suo ritorto
cuore terrestre:
le gracili
ulive
lucidate
dalle dita
che fecero
la colomba
e la chiocciola
marina:
verdi,
innumerevoli,
purissimi
picciuoli
della natura,
e lì
negli
assolati
uliveti,
dove
soltanto
cielo azzurro con cicale
e terra dura
esistono,

il prodigio,
la capsula
perfetta
dell’uliva
che riempie
il fogliame con le sue costellazioni:
più tardi
i recipienti,
il miracolo,
l’olio.
Io amo
le patrie dell’olio,
gli uliveti
di Chacabuco in Cile,
al mattino
le piume di platino
forestali
contro la rugosa
cordigliera,
ad Anacapri, là su,
nella luce tirrena,
la disperazione degli ulivi,
e nella carta d’Europa,
la Spagna,
cesta nera di olive
spolverata di fiori d’arancio
come da una ventata marina.
Olio,
recondita e suprema
condizione della pentola,
piedistallo di pernici,
chiave celeste della maionese,
delicato e saporito
sulle lattughe
e soprannaturale nell’inferno
degli arcivescovili pesciprete.
Olio,
nella nostra voce, nel
nostro coro,
con
intima
mitezza possente
tu canti:
sei lingua
castigliana:
ci sono sillabe di olio,
ci sono parole
utili e profumate
come la tua fragrante materia.
Non soltanto il vino canta,
anche l’olio canta,
vive in noi con la sua luce matura
e tra i beni della terra
io seleziono,
olio,
la tua inesauribile pace,
la tua essenza verde,
il tuo ricolmo tesoro che discende
dalle sorgenti dell’ulivo.

Pablo Neruda 

 

E   il   nostro   Giovanni   Pascoli

 

La canzone dell’ulivo

A’ piedi del vecchio maniero
che ingombrano l’edera e il rovo;
dove abita un bruno sparviero,
non altro, di vivo;

che strilla e si leva, ed a spire

poi torna, turbato nel covo,
chi sa? dall’andare e venire
d’un vecchio balivo:

a’ piedi dell’odio che, alfine,
solo è con le proprie rovine,
piantiamo l’ulivo!

II
l’ulivo che a gli uomini appresti
la bacca ch’è cibo e ch’è luce,
gremita, che alcuna ne resti
pel tordo sassello;

l’ulivo che ombreggi d’un glauco
pallore la rupe già truce,
dov’erri la pecora, e rauco
la chiami l’agnello;

l’ulivo che dia le vermene
pel figlio dell’uomo, che viene
sul mite asinello.

III
Portate il piccone; rimanga
l’aratro nell’ozio dell’aie.
Respinge il marrello e la vanga
lo sterile clivo.

Il clivo che ripido sale,
biancheggia di sassi e di ghiaie;
lo assordano l’ebbre cicale
col grido solivo.

Qui radichi e cresca! Non vuole,
per crescere, ch’aria, che sole,
che tempo, l’ulivo!

IV
Nei massi le barbe, e nel cielo
le piccole foglie d’argento!
Serbate a più gracile stelo
più soffici zolle!

Tra i massi s’avvinchia, e non cede,
se i massi non cedono, al vento.

Lì, soffre, ma cresce, né chiede
più ciò che non volle.

L’ulivo che soffre ma bea,
che ciò ch’è più duro, ciò crea
che scorre più molle.

V
Per sé, c’è chi semina i biondi
solleciti grani cui copra
la neve del verno e cui mondi
lo zefiro estivo.

Per sé, c’è chi pianta l’alloro
che presto l’ombreggi e che sopra
lui regni, al sussurro canoro
del labile rivo.

Non male. Noi mèsse pei figli,
noi, ombra pei figli de’ figli,
piantiamo l’ulivo!

VI
Voi, alberi sùbiti, date
pur ombra a chi pianta ed innesta;
voi, frutto; e le brevi fiammate
col rombo seguace!

Tu, placido e pallido ulivo,
non dare a noi nulla; ma resta!
ma cresci, sicuro e tardivo,
nel tempo che tace!

ma nutri il lumino soletto
che, dopo, ci brilli sul letto
dell’ultima pace!

L’olivo nella storia

L’intensificarsi dei traffici marittimi lungo le coste del Meridione d’Italia ad opera di fenici, greci e romani fu alla base dello sviluppo dell’olivicoltura in Puglia, la cui millenaria civiltà ha profonde radici nella presenza dell’olivo, un albero dotato di grande sobrietà e resistenza, che si adatta anche a terreni magri e superficiali.

La spremitura delle olive per ottenere olio era pratica conosciuta molti secoli prima della venuta di Cristo: le testimonianze di macine primitive sono conservate nei musei dell’isola di Creta, ad Haifa in Israele ed in Egitto. Sono innumerevoli le raffigurazioni plastiche e pittoriche che pongono al centro l’albero di olivo e le pratiche connesse con l’estrazione dell’olio e con la sua utilizzazione come medicina, come alimento, come cosmetico, come fornitore di energia e luce.

Nel museo nazionale di Taranto sono conservate tre anfore antiche ed un sarcofago di un atleta che aveva partecipato alle Panatanee di Atene ed era stato premiato con vasi riccamente ornati contenenti olio di oliva, ricavato dagli olivi piantati da Solone. Questi legiferò nel Seicento a.C. che per tutta l’Attica fosse vietato l’abbattimento degli alberi di olivo; solo in caso di estrema necessità sarebbe stato consentito l’abbattimento di non più di due piante. Ancora oggi è in vigore nel nostro paese una legge emanata nell’immediato dopoguerra per salvaguardare il patrimonio olivicolo da indiscriminati abbattimenti per farne legna da ardere.

Con l’affermarsi dell’Impero Romano, l’olio d’oliva assunse una funzione strategica nel campo del commercio e delle attività di scambio tra i diversi popoli e si intensificarono anche gli studi sulla buona coltivazione dell’olivo. Illustri uomini di cultura, quali Plinio il Vecchio, Catone, Columella, offrirono un notevole contributo di conoscenze sulla coltivazione degli olivi. Secondo Varrone, le olive debbono essere brucate (raccolte a mano) utilizzando, se è necessario, le scale; Plinio rileva i danni che si procurano alle piante dalla bacchiatura ed ordina ai raccoglitori di non scorticare l’albero. Columella descrive i diversi sistemi di estrazione dell’olio dalla drupe.

La presenza dell’olivo nel corso dell’alto Medioevo era piuttosto scarsa. Olivi isolati tra i coltivi o tra le distese pascolative interessavano soprattutto aree a diretta gestione signorile. L’olio comunque non era merce ricca e il suo commercio era condizionato anche dagli ingombranti recipienti con i quali veniva trasportato.

Con la bizantinizzazione dell’Italia meridionale si determinò un nuovo quadro colturale, ma nel frattempo vennero ripristinate anche le colture tradizionali, come l’olivo e la vite.

Ai secoli bui della caduta dell’Impero Romano seguì un periodo di rinnovamento anche per l’olivicoltura, nell’epoca dei Comuni e dei Monasteri. Il commercio dell’olio riprende ad opera dei navigatori veneziani. I porti di Brindisi, Gallipoli, Otranto e Taranto divennero meta di navi che trasportavano enormi quantità di olio; vi si installano fondachi oltre che veneziani, anche toscani, genovesi, russi, inglesi e tedeschi. Il commercio dell’olio d’oliva assunse una tale importanza che nel 1559, il viceré spagnolo Parafran De Rivera dispose la costruzione di una strada che collegasse Napoli alla Puglia, con biforcazioni per la Calabria e l’Abruzzo per consentire un trasporto più rapido dell’olio di oliva.

I primi decenni del XVII secolo segnano, anche in Terra d’Otranto, il momento culminante di quella fase di prosperità che aveva caratterizzato tutto il Cinquecento, ma registrano anche l’inizio di una lunga crisi, che diventerà poi irreversibile per tutto il Mezzogiorno. Il deterioramento delle condizioni climatiche e il lungo ciclo di basse temperature che investirono l’Europa dopo il 1600 furono le cause che determinarono la crisi dei raccolti e le eccezionali carestie. Per fortuna la crisi registrata nella metà del XVII secolo non fu di lunga durata e già verso gli anni Ottanta del Seicento si poteva registrare una forte ripresa dell’economia agricola, con l’oliveto che ancora una volta s’imponeva nel quadro generale del paesaggio agrario. Da allora la coltura dell’ulivo ha conosciuto solo periodi di espansione e le tecniche di coltivazione sono state caratterizzate da un costante progresso. Sono state le abili mani di generazioni di “potatori” e “innestatori” pugliesi a modellare la iniziale forma selvatica dell’olivo, per trasformare le zone boscose in coltivazioni ben curate e regolari, allo scopo di esaltare la funzione produttiva delle piante e nello stesso tempo contenere gli elevati costi di coltivazione e raccolta. Un lavoro duro di secoli, che s’è andato ad incorporare in un grande patrimonio naturale di incomparabile bellezza, caratteristico di ogni angolo di questa terra, tanto da suscitare sorpresa e ammirazione nel visitatore. La Puglia perderebbe ogni identità se venisse a mancare l’olivo dal suo splendido panorama.

https://www.olioterranostra.it/InfoOlio/OlivoNellaStoria.asp

 

E   ora  poteva   forse  mancare  il   grande   Van   Gogh   e   il   suo   famoso   dipinto sugli   ulivi   ?

 

Gli Ulivi - Oliveto - Olive Trees - Van Gogh

   Gli   ulivi   (   Oliveto  )   Van   Gogh   Giugno   1889

 

E   ancora   nel   cinema   :    dalla  serie   televisiva   Maria   di   Nazaret    

 

Gesù,   interpretato   da   Andreas   Pietschmann ,   prega   sul   Monte  degli   ulivi  

 

Buonanotte   cari   amici


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Il   viandante   sul   mare   di   nebbia   –   Caspar   David   Friedrich

 

Qui,

su   questi

scogli,

son   giunto

a   rimirar

del   mare

l’ immensità.

Spazia

oltre   l’orizzonte

il   guardo

mentre   dell’ onde

ascolto

il   canto.

Il   vento

forte   fischia.

Son   solo,

eppur

abbracciar   

mi   sento…

Una   strana   quiete

mi   prende…

”  così   tra   questa   

immensità   s’   annega

il   pensier   mio  ”

 

Isabella   Scotti   ottobre   2020

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

Incipit   in   neretto   da   ”   L’ infinito  ”   di   Giacomo   Leopardi

 

 

 

 


cinque   parole   da   cui   partire

fanciulla,  effluvio,   ruscello,   ginestra,    passeggiata

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Un   vento   antipatico   sferzava   con   violenza   la   povera    ginestra,   mentre   la      fanciulla   cercava   di   tenere   fortemente   stretto   a   sè ,  quel   mazzo   di   fiori   campestri   appena   colti.   La   passeggiata   ch’era  solita   fare   ogni   mattina,   l’  aveva   portata   là,   dove   quei   due   arbusti   selvatici ,  pieni   di   fiori   gialli ,   avevano   attirato   la   sua   attenzione.   Man   mano   che   si   avvicinava,   sentiva  sempre   più   nell’aria   un   effluvio   intenso.

Quasi   stordita   da   tanto   profumo,   decise   di   portare   a   casa   un   po’   di   primavera ,  cogliendo   qualche   bel   ramo   fiorito.   Il   vento   però,   aveva   rotto   il   piacere   del   suo   solito   peregrinare.   E   così   si   vide   costretta   a   tornare.  Ma   quel   luogo   incantato,   dove   spesso   si   rifugiava,   l’  avrebbe   presto   rivista .

Poco   lontano   scorreva,    levigando   sassi    di   varie   forme,      anche   un   ruscello   d’acqua   limpida ,  dove   la   fanciulla  amava   bagnare   le   caviglie,   rimanendo   a   lungo   pensierosa.  Stare   lì ,  era   per   lei   sempre   una   gioia   immensa.  La   mattina,   quando   arrivava,  gli   alberi   lasciavano   filtrare   tra   i   rami   la   luce   del   sole ,   creando   magici   arabeschi.   Erano   quelli   i   momenti   più   belli   delle   sue   giornate   solitarie,   quando   nel   silenzio   del   bosco   ritrovava   se   stessa.   Poteva   forse   non   tornare?

Il   vento,   lo   sapeva ,  avrebbe   presto    lasciato   spazio   al   tepore   del   sole ,  che   brillava   alto   nel   cielo   già   da   qualche   giorno.    Si   sentiva   felice   come   non   mai.

Primavera   era   ormai   giunta.

 

Isabella   Scotti   marzo   2020

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°  633

 

Carissimi,   primavera   è   ormai   giunta.   E’   la   stagione   del   risveglio,    del   cambiamento.   Tutto   torna   a   fiorire.   Magari    sarà   così   anche   per   noi,   chissà.      Che   si   possa   presto   tornare   a   sorridere  .  Anche   se   i   numeri   raccontano   altro.   Anche   se   i   prossimi   giorni   parlano   di   neve   e   tanto   freddo…

Nonostante   tutto   speriamo,    dobbiamo   sperare.   Vi   lascio   per   ora   il   mio   di   sorriso.

La   vostra   Isabella

 

 

Non   sarà   forse   il   massimo   questa   esecuzione,   lo   so,   ma   mi   piaceva   il   video.   Mi   ha   fatto   sognare,   e   oggi   più   che   mai   ne   sento   il   bisogno


Ho  incontrato

per  caso,

un  giorno,

”Poesia”.

Con  semplicità

e  umiltà

si  è  avvicinata  a  me,

senza  orpelli  e  fronzoli,

muta,

e  a  lei  allora,

che   così   ascoltava,

mi  son  rivolta.

Nuda,

spoglia  d’ogni  pudore,

ho  cominciato

a  offrirle

i  miei  pensieri,

anche  i  più  sciocchi,

i  più

puerili.

Ma  mai

ho  ricevuto

rimproveri,

perchè

Poesia”

è  discreta,

ascolta  in  silenzio

tutto  quello

che  dico

a  voce  alta

e  poi  scrivo.

Così

di  colpo,

ho  capito ,

dopo  tanto  tempo

che  la  cercavo,

di  averla,

finalmente

 trovata:

è  lei

quel ”tesoro”  d’amica

che  mi mancava.

Isabella Scotti   novembre   2014

testo   :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

Questa  la  mia  umile  voce,  e  ora  lascio  il  posto  alla  sua ,  a  quella   di  un  grande  senza  tempo…

Accadde  in  quell’età…La  poesia

venne  a  cercarmi.  Non  so  da  dove

sia  uscita,  da  inverno  o  fiume.

Non  so  come  nè  quando,

no,  non  erano  voci,  non  erano

parole  nè  silenzio,

ma  da  una  strada  mi  chiamava,

dai  rami  della  notte,

bruscamente  fra  gli  altri,

tra  violente  fiamme

o  ritornando  solo,

era  lì  senza  volto,

e mi  toccava.

Non  sapevo  che  dire,  la  mia  bocca

non  sapeva  nominare,

i  miei  occhi  erano  ciechi,

e  qualcosa  batteva  nel  mio  cuore,

febbre  o  ali  perdute,

e  mi  feci  da  solo,

decifrando

quella  bruciatura,

e  scrissi  la  prima  riga  incerta,

vaga,  senza  corpo,  pura

sciocchezza,

pura  saggezza,

di  chi  non  sa  nulla,

e  vidi  all’improvviso

il  cielo

sgranato

e  aperto,

pianeti,

piantagioni  palpitanti,

ombra  ferita,

crivellata  da  frecce,  fuoco  e  fiori,

la  notte  travolgente,

l’universo.

Ed  io,

minimo  essere,

ebbro  del  grande  vuoto

costellato,

a  somiglianza,

a  immagine  del mistero,

mi  sentii  parte  pura

dell’abisso,

ruotai  con  le  stelle,

il  mio  cuore  si  sparpagliò  nel  vento.

Pablo  Neruda


Ottobre  è   l’ottavo  mese  dell’antico  ”anno  romano”.

Dagli  slavi  veniva  chiamato  ”Mese  giallo”  per  il  colore  delle  foglie   appassite.

Presso  gli  Anglosassoni  era  noto  come  ”Winter  fylleth”  perchè  si  pensava  che  in  questo  mese  (  fylleth )  incominciasse  l’inverno.

Giorni  da  ricordare:

4  ottobre  San  Francesco  d’Assisi

15  ottobre  Santa  Teresa D’Avila

18  ottobre  San  Luca

 

Detti  del  mese

”  Al  primo  di  marzo  i  corvi  cominciano  a  cercare,  al  primo  di  aprile  stanno  immobili  sui  rami,  al  primo  di  maggio  sono  già  volati  via,  perchè  ritornano  furtivamente  con  Ottobre  pioggia  e  vento.”

 

”Un  buon  ottobre  e  un  buon  vento,  crescon  le  ghiande,  e  il  maiale  è  contento”.

 

”Se  in  ottobre  il  tuo  campo  vangherai  ricchezza  dal  terreno  acquisterai”.

 

L’angolo  della  poesia

 

Mi  piace  guardare  gli  alberi 

in  autunno.

Osservare  le  foglie  di  un  colore

che  va  dal  rossiccio  al  marrone,

al  giallo   verde.

Foglie  tremule,

che  cadono

sospinte  dal  vento,

delicatamente,

a  tappezzare  asfalti  grigi,

piatti,

informi.

E  intravedere  tra  le  fronde

uccelli  canterini,

che  svolazzano

da  un  ramo  all’altro

prima  di  allontanarsi

a  cercare  luoghi  più  caldi.

Autunno,

stagione  incantevole,

dai  caldi  colori  ambrati.

Isabella  Scotti

dal  mio  libro  ”Miscellanea- Visioni  e  palpiti  del  cuore-

  pensieri  nascosti  sotto  forma  di  parola

 

Le  campanule  indugiano  sulle  zolle.

Che  contornano  il  recinto  dell’ovile,  e  nei  boschi

Appare  una  seconda  fioritura,

Fiori  dai  tenui  colori,  fiori  senza  profumo,

Ma  frutti,  non  bocci,  formano  la  ghirlanda  boscosa

Che  racchiude  il  ciglio  dell’autunno.  Bacche  vermiglie

Ora  ammantano  il  biancospino  quasi  spoglio,  si  piega

Il  rovo  sotto  il  suo  nero  peso;  dal  nocciolo  pendono

Rami  bruni  fino  a  sfiorare  il  torrente  gonfio

Che  sembra  pronto  a  superare  gli  argini

Coperti  di  foglie.  Spesso,  fermo  come  una  statua

La  mente  vuota,  osservo  l’acqua

E  inseguo  con  occhi  sognanti  vortici  spumosi,  folti

Di  rami  di  sorbo  o  di  fuscelli  trascinati

Dalla  rapida  e  vertiginosa  corrente.

Grahame

 

Calma  e  luce  pacata  sulla  grande  piana

Che  si  estende  coi  suoi  recessi  autunnali;

E  fattorie  affollate  e  torri  in  declino,

Per  mescolarsi  con  l’ondoso  oceano.

Tennyson

 

Poi  venne  Ottobre,  carico  di  gioiosa  allegrezza.

Spenser

 

Ora  il  fuoco  d’autunno  brucia  lento  lungo  i  boschi,

E  giorno  dopo  giorno  le  foglie  cadono  e  s’impoltigliano

E  notte  dopo  notte  il  vento  minaccioso  geme

Nelle  serrature,  e  racconta  di  campi  vuoti,

Di  montane  solitudini,  di  ondate  ampie  e  cupe.

Ora  si  sente  la  potenza  della  malinconia,

Più  tenera  nei  suoi  umori  d’ogni  gioia

Che  elargisce  l’indulgente  estate.

William  Allingham

 

Cari  amici  con  questo  post   ho  chiuso  il  cerchio  dei  dodici  mesi  dell’anno avendo  cominciato  a  novembre  2013.  Spero  di  avervi  regalato   momenti  piacevoli,  a  me  è  piaciuto   cominciare  ogni  mese   così.  Vi abbraccio  . Isabella

 

 


Settembre  era  il  settimo  mese  del  calendario  romano,  il  nono  secondo  il  nostro  calcolo.  Gli  Anglosassoni  lo  chiamavano  ”gerst- monath”,  cioè  il  ”mese  dell’orzo”.

Date  da  ricordare:

21  settembre  SAN  MATTEO

29  settembre  SAN  MICHELE

25  settembre  giorno  del  mio  matrimonio

Detti  del  mese

” Se  il  tempo  è  buono  il  primo  di  settembre,  sarà  buono  per  tutto  il  mese.”

”Pianta  gli  alberi  per  San  Michele,  e  comanda  loro  di  crescere;  pianta  gli  alberi  per  la  Candelora  e  dovrai  pregarli  perchè  crescano”

”Il  vento  settembrino  spira  dolcemente  sinchè  la  frutta  non  è  nel  solaio”.

”San  Matteo  porta  fredda  rugiada”.

”Settembre:  o  secca  i  pozzi,  o  rompe  i  ponti”.

L’angolo  della  poesia

Cos’è   che  ti  annuncia,

o  settembre?

E’  forse

quel  vento 

che  s’alza  improvviso?

E’  forse

l’arrivo 

di  quell’insieme

di  nuvole?

O  settembre,

la  tua  aria  fresca

mi  penetra tutta,

mi  toglie  di  dosso

quel  caldo  d’agosto

afoso  e  umido.

E  riscopro  con  te 

la  prima  rugiada

mattutina.

Isabella  Scotti   settembre   2014

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

Mentre  il  grano  maturava  in  steli  spessi  e  fondi,

E  a  mietere  iniziano  i  contadini,

Un  mattino  misi  il  mio  cuore  a  dormire,

E  per  la  strada  dei  campi  m’incamminai.

Sopra  un  cardo  un  cardellino

Si  nutriva  e  spandeva  semi,

Spettegolavano  gli  scriccioli,

O  si  univano  al  canto  di  una  canzone

Sospesa  nell’aria.

Jean Ingelow

Soprattutto  amo  il  giallo  di  settembre,

I  mattini  con  ragnatele  imperlate  di  rugiada,

Giorni  pensosi  immobili,

Schiamazzi  di  corvi  neri,  foglie  ramate,

Stoppie  punteggiate  di  covoni.

Più  dello  sfrenato  fulgore  della  primavera

Alla  mia  anima  si  addice  l’autunno.

Alex  Smith


Nell’ antico  calendario  romano,  Giugno  era  il  quarto   mese.  Ovidio  afferma  che  a  questo  mese  è  stato  dato  il  nome  in  onore  di  Giunone,  altri  scrittori  collegano  il  termine  col  consolato  di   Giunio  Bruto.  Tuttavia  si  tratta  probabilmente  di  un  riferimento  all’agricoltura  e  in  origine  indicava  il  mese  in  cui  crescono  e  maturano  le  messi.  Gli  Anglosassoni  lo  chiamavano  ”il  mese  asciutto”,  ma  anche  il  ”mese  di  mezza  estate”,  per  contraddistinguerlo  da  Luglio,   ”il  primo  mese  caldo”.  In  giugno  cade  il  solstizio  d’estate.

Enciclopedia  britannica

 

Detti  del  mese

 

”Giugno  piovoso  porta  messe  copiosa”

 

”  Giugno  umido  e  piuttosto  caldo  al  contadino  non  porta  danno”

 

”Foschia  in  maggio  e  caldo  in giugno  di  preoccuparsi  non  c’è  bisogno”

 

”L’11  giugno  San  Barnaba  porta  giorno  lungo  e  notte  corta”

 

”A  San  Barnaba  è  bene  cominciare  il  primo  fieno  a  falciare”

 

”Di  giugno,  falce  in  pugno”  (  suggerito  da  Gina  http://sonoqui.wordpress.com )

 

 

 L’angolo  della  poesia

 

Fugge  maggio,

per  far  posto

al  regale  Giugno.

Ed  eccolo  alfine.

Pieno 

della  sua  luce

dorata,

a  portar  letizia

e  gioia.

I  raggi  del  sole

si  fan  strada

tra  le  fronde.

Spighe  di  grano

ondeggiano

al  vento  e

lucciole  di  sera

s’illuminano  d’incanto.

Eccolo  Giugno,

arriva  tionfante

accompagnato

dal  canto  degli  uccelli

e  si  siede 

sul  suo  trono,

tramutando

in   oro  lucente

le  spente  messi 

della  nostra  terra. 

Isabella  Scotti

 

Poi  i  giunchi  verdi,  così  smaltati  e  verdi,

I  giunchi  sussurreranno,  frusceranno,  fremeranno,

E  sulla  fluttuante  foschia  giungerà,  ingioiellata,

E  ricca  più  d’una  regina,  la  libellula  dagli  occhi  di  giada

E  si  librerà  sui  fiori…aerea  creatura;

Piccoli  arcobaleni  si  rifletteranno  sulle  sue  ali.

Jean  Ingelow

 

 

Scintillante  per  lo  splendore  della  rugiada

L’erica  si  perde  nel  mare  di  verde

Scott

 

 


 Ti  manderò  un  bacio  con  il  vento

e  so  che  lo  sentirai

ti  volterai  senza  vedermi  ma  io  sarò  lì

Siamo  fatti  della  stessa  materia

di  cui  sono  fatti  i  sogni

Vorrei  essere  una  nuvola  bianca

in  un  cielo  infinito

per  seguirti  ovunque

e  amarti  ogni  istante

Se  sei  un  sogno  non  svegliarmi

Vorrei  vivere  nel  tuo  respiro

mentre  ti  guardo  muoio  con  te

il  tuo  sogno  sarà  di  sognare 

ti  amo  perchè  ti  vedo  riflessa

in  tutto  quello  che  c’è  di  bello

Dimmi  dove  sei  stanotte

ancora  nei  miei  sogni?

Ho  sentito  una  carezza  sul  viso

arrivare  fino  al  cuore

Vorrei  arrivare  fino  al  cielo

e  con  i  raggi  del  sole

scriverti  ti  amo

Vorrei  che  il  vento  soffiasse  ogni  giorno

tra  i  tuoi  capelli

per  poter  sentire  anche  da  lontano

il  tuo  profumo!

Vorrei  fare  con  te  quello

che  la  primavera  fa  con  i  ciliegi.

PABLO  NERUDA

 

AD  UNA  INTENDITRICE  COME  TE  DOVE

dasemprevibradentroamore…AUGURI

dalla  tua  amica  Isabella

 

 

 

 

 

 

 


                Nell’aria

Tracce  di  noi

in  un’ombra  indefinita

senza  contorno  alcuno.

Messaggio  d’amore

flebile

a  fatica  tenuto  in  vita

si  perde  nell’aria

come  soffio  di  vento.

 

Isabella  Scotti   febbraio   2014

testo  :   legge   copyright   22   aprile   1941   n°   633

 

Acrostico  su  ” Poesia ”

P   arlare   d’amore

O    anche

E   sprimere  attraverso

S   ensazioni

I   ntense

A   rmonie

 

Isabella  Scotti   febbraio   2014

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

Esercitazioni  di  percorso. Un  abbraccio  a  tutti.    La  vostra  amica