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Ulivo,

che   sembri

piangere

per   lo   scempio

che   di   te

fa

l’  odiosa   xylella,

non   abbatterti,

non   lasciare

che   ti   uccida

ogni   giorno

di   più.

Ribellati,

ulivo

vecchio   di   secoli.

Alza   i   tuoi   rami

non   lasciare

che   diventino   secchi,

non   soccombere.

Regalaci

ancora

i   tuoi   frutti,

regalaci   ombra,

come   sempre

hai   fatto.

Il   tuo   legno,

durissimo,

non   può   cedere,

non   può   diventare

cartapesta.

Voglio   ancora

in   terra

di   Puglia,

in   campagna,

ovunque   tu   sia,

vederti   rigoglioso,

solare.

Vinci   la   tua   battaglia,

lotta   contro

la   xylella   fastidiosa.

Raddrizza

la   tua   chioma

fluente,

torna   ad   essere

la   pianta   che   eri,

che   sei   sempre   stata.

Torna   a   produrre

quell’ olio   ambrato,

di   cui   tutti   

andiamo   fieri,

resta   con   noi,

non   scomparire.

Come   potremmo

vivere   la   Pasqua

senza   il   dono

di   un   tuo   ramo,

simbolo   della   gioia,

d’  infinito   amore  ?

 

Isabella   Scotti   ottobre  2019

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

Vederli   così   malati   da   vicino,    vi  assicuro   è   una   tristezza.

Ora   per   voi   la   voce   del  grande   Pablo   Neruda

Ode  all’ulivo

Accanto al frusciare
del cereale, tra le onde
del vento sull’avena,
l’ulivo
dal volume argentato,
stirpe austera,
nel suo ritorto
cuore terrestre:
le gracili
ulive
lucidate
dalle dita
che fecero
la colomba
e la chiocciola
marina:
verdi,
innumerevoli,
purissimi
picciuoli
della natura,
e lì
negli
assolati
uliveti,
dove
soltanto
cielo azzurro con cicale
e terra dura
esistono,

il prodigio,
la capsula
perfetta
dell’uliva
che riempie
il fogliame con le sue costellazioni:
più tardi
i recipienti,
il miracolo,
l’olio.
Io amo
le patrie dell’olio,
gli uliveti
di Chacabuco in Cile,
al mattino
le piume di platino
forestali
contro la rugosa
cordigliera,
ad Anacapri, là su,
nella luce tirrena,
la disperazione degli ulivi,
e nella carta d’Europa,
la Spagna,
cesta nera di olive
spolverata di fiori d’arancio
come da una ventata marina.
Olio,
recondita e suprema
condizione della pentola,
piedistallo di pernici,
chiave celeste della maionese,
delicato e saporito
sulle lattughe
e soprannaturale nell’inferno
degli arcivescovili pesciprete.
Olio,
nella nostra voce, nel
nostro coro,
con
intima
mitezza possente
tu canti:
sei lingua
castigliana:
ci sono sillabe di olio,
ci sono parole
utili e profumate
come la tua fragrante materia.
Non soltanto il vino canta,
anche l’olio canta,
vive in noi con la sua luce matura
e tra i beni della terra
io seleziono,
olio,
la tua inesauribile pace,
la tua essenza verde,
il tuo ricolmo tesoro che discende
dalle sorgenti dell’ulivo.

Pablo Neruda 

 

E   il   nostro   Giovanni   Pascoli

 

La canzone dell’ulivo

A’ piedi del vecchio maniero
che ingombrano l’edera e il rovo;
dove abita un bruno sparviero,
non altro, di vivo;

che strilla e si leva, ed a spire

poi torna, turbato nel covo,
chi sa? dall’andare e venire
d’un vecchio balivo:

a’ piedi dell’odio che, alfine,
solo è con le proprie rovine,
piantiamo l’ulivo!

II
l’ulivo che a gli uomini appresti
la bacca ch’è cibo e ch’è luce,
gremita, che alcuna ne resti
pel tordo sassello;

l’ulivo che ombreggi d’un glauco
pallore la rupe già truce,
dov’erri la pecora, e rauco
la chiami l’agnello;

l’ulivo che dia le vermene
pel figlio dell’uomo, che viene
sul mite asinello.

III
Portate il piccone; rimanga
l’aratro nell’ozio dell’aie.
Respinge il marrello e la vanga
lo sterile clivo.

Il clivo che ripido sale,
biancheggia di sassi e di ghiaie;
lo assordano l’ebbre cicale
col grido solivo.

Qui radichi e cresca! Non vuole,
per crescere, ch’aria, che sole,
che tempo, l’ulivo!

IV
Nei massi le barbe, e nel cielo
le piccole foglie d’argento!
Serbate a più gracile stelo
più soffici zolle!

Tra i massi s’avvinchia, e non cede,
se i massi non cedono, al vento.

Lì, soffre, ma cresce, né chiede
più ciò che non volle.

L’ulivo che soffre ma bea,
che ciò ch’è più duro, ciò crea
che scorre più molle.

V
Per sé, c’è chi semina i biondi
solleciti grani cui copra
la neve del verno e cui mondi
lo zefiro estivo.

Per sé, c’è chi pianta l’alloro
che presto l’ombreggi e che sopra
lui regni, al sussurro canoro
del labile rivo.

Non male. Noi mèsse pei figli,
noi, ombra pei figli de’ figli,
piantiamo l’ulivo!

VI
Voi, alberi sùbiti, date
pur ombra a chi pianta ed innesta;
voi, frutto; e le brevi fiammate
col rombo seguace!

Tu, placido e pallido ulivo,
non dare a noi nulla; ma resta!
ma cresci, sicuro e tardivo,
nel tempo che tace!

ma nutri il lumino soletto
che, dopo, ci brilli sul letto
dell’ultima pace!

L’olivo nella storia

L’intensificarsi dei traffici marittimi lungo le coste del Meridione d’Italia ad opera di fenici, greci e romani fu alla base dello sviluppo dell’olivicoltura in Puglia, la cui millenaria civiltà ha profonde radici nella presenza dell’olivo, un albero dotato di grande sobrietà e resistenza, che si adatta anche a terreni magri e superficiali.

La spremitura delle olive per ottenere olio era pratica conosciuta molti secoli prima della venuta di Cristo: le testimonianze di macine primitive sono conservate nei musei dell’isola di Creta, ad Haifa in Israele ed in Egitto. Sono innumerevoli le raffigurazioni plastiche e pittoriche che pongono al centro l’albero di olivo e le pratiche connesse con l’estrazione dell’olio e con la sua utilizzazione come medicina, come alimento, come cosmetico, come fornitore di energia e luce.

Nel museo nazionale di Taranto sono conservate tre anfore antiche ed un sarcofago di un atleta che aveva partecipato alle Panatanee di Atene ed era stato premiato con vasi riccamente ornati contenenti olio di oliva, ricavato dagli olivi piantati da Solone. Questi legiferò nel Seicento a.C. che per tutta l’Attica fosse vietato l’abbattimento degli alberi di olivo; solo in caso di estrema necessità sarebbe stato consentito l’abbattimento di non più di due piante. Ancora oggi è in vigore nel nostro paese una legge emanata nell’immediato dopoguerra per salvaguardare il patrimonio olivicolo da indiscriminati abbattimenti per farne legna da ardere.

Con l’affermarsi dell’Impero Romano, l’olio d’oliva assunse una funzione strategica nel campo del commercio e delle attività di scambio tra i diversi popoli e si intensificarono anche gli studi sulla buona coltivazione dell’olivo. Illustri uomini di cultura, quali Plinio il Vecchio, Catone, Columella, offrirono un notevole contributo di conoscenze sulla coltivazione degli olivi. Secondo Varrone, le olive debbono essere brucate (raccolte a mano) utilizzando, se è necessario, le scale; Plinio rileva i danni che si procurano alle piante dalla bacchiatura ed ordina ai raccoglitori di non scorticare l’albero. Columella descrive i diversi sistemi di estrazione dell’olio dalla drupe.

La presenza dell’olivo nel corso dell’alto Medioevo era piuttosto scarsa. Olivi isolati tra i coltivi o tra le distese pascolative interessavano soprattutto aree a diretta gestione signorile. L’olio comunque non era merce ricca e il suo commercio era condizionato anche dagli ingombranti recipienti con i quali veniva trasportato.

Con la bizantinizzazione dell’Italia meridionale si determinò un nuovo quadro colturale, ma nel frattempo vennero ripristinate anche le colture tradizionali, come l’olivo e la vite.

Ai secoli bui della caduta dell’Impero Romano seguì un periodo di rinnovamento anche per l’olivicoltura, nell’epoca dei Comuni e dei Monasteri. Il commercio dell’olio riprende ad opera dei navigatori veneziani. I porti di Brindisi, Gallipoli, Otranto e Taranto divennero meta di navi che trasportavano enormi quantità di olio; vi si installano fondachi oltre che veneziani, anche toscani, genovesi, russi, inglesi e tedeschi. Il commercio dell’olio d’oliva assunse una tale importanza che nel 1559, il viceré spagnolo Parafran De Rivera dispose la costruzione di una strada che collegasse Napoli alla Puglia, con biforcazioni per la Calabria e l’Abruzzo per consentire un trasporto più rapido dell’olio di oliva.

I primi decenni del XVII secolo segnano, anche in Terra d’Otranto, il momento culminante di quella fase di prosperità che aveva caratterizzato tutto il Cinquecento, ma registrano anche l’inizio di una lunga crisi, che diventerà poi irreversibile per tutto il Mezzogiorno. Il deterioramento delle condizioni climatiche e il lungo ciclo di basse temperature che investirono l’Europa dopo il 1600 furono le cause che determinarono la crisi dei raccolti e le eccezionali carestie. Per fortuna la crisi registrata nella metà del XVII secolo non fu di lunga durata e già verso gli anni Ottanta del Seicento si poteva registrare una forte ripresa dell’economia agricola, con l’oliveto che ancora una volta s’imponeva nel quadro generale del paesaggio agrario. Da allora la coltura dell’ulivo ha conosciuto solo periodi di espansione e le tecniche di coltivazione sono state caratterizzate da un costante progresso. Sono state le abili mani di generazioni di “potatori” e “innestatori” pugliesi a modellare la iniziale forma selvatica dell’olivo, per trasformare le zone boscose in coltivazioni ben curate e regolari, allo scopo di esaltare la funzione produttiva delle piante e nello stesso tempo contenere gli elevati costi di coltivazione e raccolta. Un lavoro duro di secoli, che s’è andato ad incorporare in un grande patrimonio naturale di incomparabile bellezza, caratteristico di ogni angolo di questa terra, tanto da suscitare sorpresa e ammirazione nel visitatore. La Puglia perderebbe ogni identità se venisse a mancare l’olivo dal suo splendido panorama.

https://www.olioterranostra.it/InfoOlio/OlivoNellaStoria.asp

 

E   ora  poteva   forse  mancare  il   grande   Van   Gogh   e   il   suo   famoso   dipinto sugli   ulivi   ?

 

Gli Ulivi - Oliveto - Olive Trees - Van Gogh

   Gli   ulivi   (   Oliveto  )   Van   Gogh   Giugno   1889

 

E   ancora   nel   cinema   :    dalla  serie   televisiva   Maria   di   Nazaret    

 

Gesù,   interpretato   da   Andreas   Pietschmann ,   prega   sul   Monte  degli   ulivi  

 

Buonanotte   cari   amici


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ORME

 

Le   tue   orme…

mai   onda   alcuna

potrà   cancellarle.

Saranno  

 il   mio   faro,

unico   punto   di   riferimento,

quando   verrò

a   cercarti.

E   vedrai,

non   mi   perderò,

anche   se

dovessi   lottare

contro

venti   sfavorevoli.

Testarda

non   ascolterò

chi   mi   vorrà

consigliare

di   lasciar   perdere.

Andrò   avanti

fino   a   quando

sarà   quiete.

Fino   a   quando

saprò

d’  esser   giunta

alla   mia   meta.

Tu   sarai   lì,

lo   so,

ad   attendermi.

Non   ci   saranno

più   impedimenti.

Ti   amerò

alla   follia,

totalmente,

incondizionatamente.

 

Isabella   Scotti  agosto   2019

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

 

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PIOVE   E   LACRIME   SCENDONO…

 

Com’ è  tardi

stasera.

Guardo   fuori,

il   buio

ha   ormai

inghiottito

ogni   cosa.

Anche   me.

Un   buio

che   annienta

ogni   forma,

dove   tutto

par  sciogliersi

come   neve

esposta   al   calore.

Lontano

i   tuoni

annunciano

temporale.

Quando  anche   qui

cadranno

le   prime   gocce,

le   mie   lacrime

si   mescoleranno

ad   esse,

scendendo   copiose

ad   inondare

il   mio   volto,

senza   freno   alcuno.

E’   la   tua   assenza,

sofferenza,

atroce   ferita

che   sanguina.

Voglio   illudermi

che   tornerai.

Lascio   la   porta

aperta

stasera.

Sono   qui,

ho   bisogno   di   te.

 

Isabella   Scotti   agosto   2019

testo   :   copyright   legge   22    aprile   1941   n°   633

 

ATTENTO…

 

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Khalil    Gibran   ”   Segui   l’ amore  ”

 

Posso   darti

un   consiglio  ?

”   Segui   l’amore  ”.

Segui   la   sua   scia,

non   confonderti,

non   sbagliare   strada,

come   tante   volte

hai   fatto.

Guarda  :

il   sentiero   giusto

è   davanti   a  te.

Non   è   difficile

iniziarlo :

non   è   scosceso,

non   è

pieno   di   sassi .

Al   contrario

è   piano,

senza   buche   improvvise,

diritto,

senza   ostacoli ,

solo   morbide   foglie

da   calpestare.

Percorrilo

fiducioso.

Segui   l’amore,

dammi   retta.

Quando   l’avrai   trovato,

avrai   trovato  me.

 

Isabella   Scotti   settembre   2019

testo  :   copyright   legge   22   aprile   1941   n°   633

 

UN   PO’   QUI   UN   PO’   LA’

 

“Non sempre le nuvole offuscano il cielo: a volte lo illuminano”

Elsa Morante – La Storia

 

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ilcorriere.net

 

Ci   sono

nuvole   e   nuvole.

Ci   sono   quelle

gonfie,   scure

nere   come   la   notte,

che   rattristano

il   cuore,

che   fanno   sì

che   l’anima   pianga

di   solitudine.

Poi   ci   sono   quelle

che   appaiono

in   un   cielo , 

talmente   blu,

che   più    limpido  

non   potrebbe   essere.

Così  lassù ,  

tutto   risplende

di   quel   bianco

luminoso   e

le   nuvole,

   ciuffi   d’ ovatta

dalle   forme   più   strane,

si   sparpagliano   allegre

un   po’   qui ,

un   po’   là ,

e   in   un   certo

qual   modo

sembran   pronte   ad

illuminare   il   cielo.

Ma   è   un   errore,

perché   non   sono   loro   

a   far   risplendere

la   volta   celeste

ma   un’  altra   luce,

intensa,   accecante…

La   luce

di   una   stella   particolare :

il   sole .

Ed   è   subito   meraviglia.

 

Isabella   Scotti   maggio   2019

testo  :   copyright   legge  22   aprile   1941   n°   633

Ispirata   dai   versi   della   Morante

 

 

Ed   ora   qualche   foto   alla   rinfusa   della   mia   estate,   in   attesa   di   qualcosa   di   più   strutturato.

 

 

Giornata   con   un   sole   pazzesco.   Si   vede   no  ?   Questo   è   il   lago   di   Sainte –  Croix.   Un   lago   artificiale   dalle   acque,   limpide,   cristalline,   creato   negli   anni   70 ‘   a   seguito   della   costruzione   di   uno   sbarramento   del   fiume   Verdon,   in  Alta   Provenza.   Si   arriva   qui   dopo   aver   percorso   le   famose   gole   del   Verdon,   che   spaccando   la   terra   per   circa   25   metri,   provocando   il   sorgere   di   picchi   alti   circa   700   metri,   costituiscono   un   vero   e   proprio   Canyon   europeo .

 

Questa   foto  e   le   altre   qui   sotto   sono tutte   opera   mia

Suggestive   tutte   queste   barche   vero?   Molte   scendono   dalle   gole   e   s’  incontrano   con   quelle   che  stazionano   sul   lago.   Uno   spettacolo   unico.

 

Le   mie   Seychelles…   ma   no   è   sempre   il   lago

 

Qui   uno   scorcio   di   campagna   francese

Il  fiume   Verdon

 

 

Per   ora   mi   fermo   qui.   Un   caro   saluto   a   tutti   voi.   La   vostra   Isabella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Mille.

Altri  mille

e  mille,

e  altri  ancora…

Bocche  aperte  ad  implorare  cibo.

Occhi  che  non  sanno  cos’è  la  luce.

Quanta  umanità  allo  sbando.

E  quanta  incapacità

nel  gestire

il  problema.

Questo,

in  assoluto

il  più  grande,

il  più  doloroso,

ora,

al  punto

in  cui  si  è  arrivati,

il  meno  risolvibile.

 

Isabella  Scotti

 


Sarà

la  stagione  dell’amore.

Brilleremo

di  luce  propria,

tutto

s’illuminerà.

Udremo

cantar  di  gioia

usignolo 

e  allodola.

Non  ci  sarà

nè  vento 

nè  pioggia.

Sarà

il  sole,

che  brucerà  la  pelle,

come  l’Amore

tutte  le  anime.

Una  stagione  calda,

dorata,

vibrante.

E  allora

verrò  a  prenderti

per  tenerti  con  me,

viverla

minuto  per  minuto,

senza  avere  più  fine,

in  un’estasi  continua !

Isabella  Scotti

Sentite  ora  questo  brano  con  la  voce  splendida di un artista  che  troppo  presto  ci  ha  lasciato. Amo  molto  la  sua  musicalità e  continuerò  ad  apprezzarlo  attraverso  le  sue  canzoni  che  ho  qui  a  casa.  Un  artista  che  era  anche  un  uomo  discreto  e  perbene. Arrivederci  Mango,  mi  mancherai,    grazie  per  la  tua  voce  indimenticabile,  ci  rivedremo.

 

 


Mi  accendo

e  mi  spengo

come  una  lampadina.

Una  volta

ti  regalo  la  luce

la  volta  dopo

ti  offro  il  buio.

Lo  so  da  me:

sono  instabile.

Ma  che  vuol  dire?

Sono  forse  pazza ?

Ma  no…

è  solo

un  ”tiepido”

tremar  d’amore.

Isabella  Scotti

 

Dedicato  a  tutti  coloro  che  vivono ” tiepidi”  momenti  d’ amore  sperando  che  quei  momenti   possano  tramutarsi  in  certezze   il  cui  effetto  sia  questo:

 

Doppio  flash

Come  un  lampo,

il  tuo  sorriso

mi  acceca!

 

Ieri  il  buio…

oggi,

tu,

 la  mia  luce !

Isabella Scotti

 

Un abbraccio a chi passerà di qui.

 

 

 


Ecco  cari  amici,  come  promesso,  la  poesia  che  scrissi  dopo  essere  stata  alla  mostra  di  Bavcar  a  Roma. Le promesse  si  mantengono.  Un  abbraccio a  tutti.

Oh,  mio  spirito,

non  spegnerti

anche  tu,

ora  che  è  sceso

il  buio,

e  che  i  miei  occhi,

un  tempo

così  curiosi

nell’osservare  il  mondo,

si  sono  spenti

per  sempre”.

Così  chiedeva

a  se  stesso,

ed  ecco

che  un  barlume

di  luce

si  accese

in  lui.

Fu  quasi

un  miracolo.

Cominciò

a  far  affiorare

da  un  tempo

lontano,

immagini  e  ricordi,

e   fermarli

impressionandoli

su  lastre  fotografiche.

Non  si  sa

come  ci  riuscì.

Ma  sicuramente

ascoltò  i  rumori

che  lo  circondavano

facendogli  individuare

spazi,

e  collocando

in  tali  spazi,

oggetti  o  corpi

di  donne  nude

prestatesi  come  modelle.

Fece 

del  fotografare

la  sua  arma  vincente

su  dubbi  e  paure.

Riscoprì, 

attraverso  quest’arte

il  mondo

a  lui  negato

per  troppo  tempo.

 Cominciò  

quindi

a  scattare

foto

in  ambienti  scuri

pieni  di  ombre.

Foto

che  divennero  così

nuova  vita

per  i  suoi  occhi,

esplosione  di  luce

là  dove  il  buio

sembrava  essere

il  padrone !

Isabella  Scotti

 


Che cos’è la fotografia? Quell’arte  straordinaria per cui si riesce a fermare, con uno scatto, un’immagine, un momento particolare che colpisce sia lo sguardo, ma anche e forse di più il nostro immaginario, coinvolgendoci e facendoci partecipi di mondi talvolta sconosciuti. Qualunque soggetto può essere spunto per fare ottime foto. Varie sono le figure del fotografo: chi si specializza in riprese sottomarine, chi viene attirato da scorci romantici, chi addirittura diviene esperto nel riprendere in luoghi di guerra situazioni, episodi, verità raccapriccianti. Oggi la fotografia, con la tecnica digitale si è molto evoluta, grazie anche all’autofocus il fotografo ha molte più possibilità, e attraverso tecniche sofisticate può elaborare foto, correggerle laddove ce ne fosse bisogno, consegnando a chi vuole osservarle opere sempre più perfette. Tutto questo per introdurre e raccontare, fin dove ne sarò in grado, una mostra fotografica molto particolare, che ho visitato nel marzo dello scorso anno, con i miei figli, al Museo Trastevere di Roma: ”Evgen Bavcar: il buio è uno spazio”. Dirò, che avendone sentito parlare in televisione,  ne ero fin da subito rimasta affascinata e incuriosita. Un pò perchè mio figlio, fotografo dilettante, avrebbe potuto, pensavo, trarne giovamento,  ma soprattutto perchè volevo osservare da vicino le opere di questo autore di cui parlerò più avanti. Oggi dove tutto ormai è apparenza, siamo sempre più bombardati da immagini, tanto da osservare distrattamente ciò che ci capita sottomano ( nei giornali, ad esempio, che talvolta sfogliamo in fretta) e non sempre focalizziamo ciò che il nostro occhio vede rappresentato. Ma nel momento in cui, con calma, prendendo tutto il tempo che ci serve, andiamo a visitare una galleria fotografica, dove immaginiamo l’autore, con la sua macchina  intento ad inquadrare, mettere a fuoco un qualsivoglia soggetto e poi scattare, siamo consapevoli che abbia VISTO tutto quello che c’era da vedere prima di fermare l’immagine con uno scatto. Ebbene, niente di questo discorso è valido per Evgen Bavcar, in quanto sto per parlare  di un ”fotografo” che non vede cioè cieco,   che  può solo ricordare ciò che ha visto fino all’età di dodici anni. Nato in Slovenia nel 1946, infatti a 12 anni , in seguito a due incidenti succeduti a breve distanza l’uno dall’altro, perde completamente la vista, senza perdere tuttavia la volontà di combattere uno stato che dalla luce lo porterà a vivere per sempre  nel buio più totale. Con forza d’animo studierà fino a laurearsi a Parigi in filosofia. Per France Culture condurrà varie trasmissioni radiofoniche ,formandosi piano piano, anche se come lui dice ”non esistono vere e proprie scuole di formazione fotografica per ciechi”, diventando nel 1988 fotografo ufficiale del ”Mois de la Photografie” a Parigi (mese della fotografia). Dall’inizio degli anni novanta è tra i fotografi più richiesti d’Europa e nel 1992 l’editore francese Seuil  ha pubblicato un volume con fotografie e saggi. I suoi lavori sono stati esposti in varie mostre personali e collettive, a Parigi, Milano,Colonia, Berlino, addirittura fino in Argentina. Le sue foto, che sono contenta di aver potuto vedere, hanno qualcosa di magico.  In esse, tutte in bianco e nero, solo una o due a colori, Bavcar rappresenta il mondo che è impresso nella sua memoria  attingendo ad essa come da ”un presepe di ricordi” come dicono in molti. .Non so come riesca a fotografare, anche se probabilmente in sè può essere anche facile dopo averlo imparato come tecnica ,ma riuscire a far sì che le foto si avvolgano di un alone di magico mistero  forse è più difficile. Bavcar ci riesce  prima di tutto attingendo  a ciò che è rimasto immagazzinato dentro di lui, (colori, odori, rumori, suoni), fotografando  e avvolgendo le foto di una luce particolare, facendosi aiutare come lui stesso dice”dall’autofocus e dagli infrarossi perchè il buio è lo spazio della mia esistenza”. Ed ecco allora la foto di una strada circondata da alberi in Slovenia , dove la luce ne illumina un tratto rendendola misteriosa. O corpi di modelle nude, dove mani misteriose si allungano a tastare quei corpi, quasi, attraverso quel contatto, a realizzarne l’esistenza. Un occhio che non vede, ma capace di penetrare mondi  distanti da noi anni luce. Bavcar è oggi un signore colto che parla cinque lingue,e va in giro con un grande”borsalino”in testa , ed una lunga sciarpa rossa al collo,  appoggiandosi ad un bastone. Una figura emblematica, interessante, tutta da scoprire.

<< Io non tocco gli oggetti ma” li guardo da vicino”. Offro alla vostra vista la trascendenza delle immagini che esprimono lo sguardo spirituale del mio terzo occhio>>.   Evgen Bavcar

Ed   ora   lasciamo   parlare   le   sue   foto

 

 

 

 

 

 

 

dav