Eleonora Duse
Eleonora Duse

Piccola, grandi occhi scuri , capelli ricciuti, frangetta sulla fronte alta, mani bellissime, estremamente autoritaria in scena, vera primadonna – capocomico, padrona dei personaggi drammatici. La ” divina ” Eleonora Duse nasce a Vigevano nel 1858 come figlia d’ arte da una di quelle famiglie girovaghe, che fanno delle tavole del palcoscenico la loro eterna dimora. Senz’ altro una delle donne più affascinanti dell’ 800 simbolo indiscusso del teatro italiano dell’ epoca e della Bella Epoque, che contribui non poco a trasformare in qualcosa di moderno. Armoniosa e femminile, recitava con la forza che le veniva dall’ amare il suo lavoro profondamente. Il teatro, fu veramente la sua vita .

Prima di lei gli attori recitavano in maniera enfatica, caricando gesti e battute. Anche il trucco del viso era esagerato : il volto diventava così una maschera che copriva ogni espressione. Tutto sembrava artefatto, costruito ad hoc. Lei al contrario, recitava d’ istinto , abbandonandosi ad una interpretazione senza trucco, lasciando che fosse il suo io a suggerirle ciò che voleva rappresentare. Viveva con spontaneità le parti talvolta persino improvvisando senza seguire fedelmente il copione e recitava sempre in italiano, anche all’estero.  Questo, però, non era un problema per il pubblico straniero, dal momento che la sua magistrale interpretazione aiutava gli spettatori a comprendere tutto quello che non capivano delle sue parole.

E poi la sua voce…

Com’era?  È quasi impossibile dire: eppure ben questo bisogna che noi lasciamo in eredità alla generazioni nuove che non l’hanno veduta e sentita, e che, ascoltando le narrazioni favolose delle sue magie, cercheranno spasimando di ricrearla intera e viva e tutta invasa dall’ispirazione, per possedere almeno un istante di sogno, la tormentante gioia ch’essa diede a noi che l’udimmo.

Ecco.

Con uno sforzo in cui costringo tutto l’essere, io faccio silenzio in me perché essa parli: e io trascrivo il suono della sua parola.

Modulazioni.

Il primo carattere è questo: una voce in nessun attimo mai uguale a sé stessa, immobile in un tono, irrigidita in una nota che si ripete.

Passaggi e passaggi senza numero e senza tregua per tutta una scala  lunghissima infinita di gradazioni, per via di sfumature così varie e così delicate, che non c’è tono vicino a tono, che non si distingua dal simile per innumerevoli altri toni decrescenti o crescenti: e passaggi morbidi, liquidi, facili, come quelli delle sillabe d’un verso del Paradiso, in cui il fluire della melodia smorza tutte le precisioni dell’armonia e fa della voce un labile tiepido gorgo.

Quando l’anima è piena di dolore, di abbandono, di malinconia, o quando è piena di aspirazioni, di sogni, d’incanto, questa voce delicata e potente si distende agile, rapida e continua su su fino alle più acute vette in cui ride senza rompere o incrinar la parola, o giù giù fino al profondo dove pare che pianga senza che la parola si veli o ristagni.

Ma appena l’ira morda al cuore o la passione artigli, o la gelosia, l’odio, il furore incalzino, la bella e unita corrente si rompe, s’arresta, rimbalza, gorgoglia, violenta gli ostacoli e li travolge, e sono parole spezzate seguite da paurosi silenzi in cui l’anima s’inabissa sbiancando, urti metallici di sillabe che vibrano sonore, scatti, sibili, rombe: e gridi!

Ah i suoi gridi, che tenevano d’improvviso una intera folla, con i capelli sensibili e il brivido freddo alle spalle, sospesa con lei su quella punta di voce spasimante lassù, sopra il vertiginoso baratro della folla e della morte.

Poi… la carezza.

Le sue mani sapevano accarezzare (chi sa come, chi sa come – come bocche che baciano, come avide carni che bevono, come occhi che lacrimano, come chiome notturne che si sciolgono -carezzare e consolare, carezzare e accendere); ma la sua voce carezzava anche più, anche più, perché giungeva per ignote vie a quel più sensibile volto che ha l’anima dentro di noi; e di quell’animo la sua voce toccava le palpebre che si chiudevano, suggellava la bocca che rimaneva immota e tremante, o levava – in quel volto misterioso – pallori e fiamme che poi rimanevano a lungo come un senso di gelo o d’ardore nel sangue.

Una parola d’amore, di bontà, di compassione, di benedizione detta da Lei, era un tale balsamo che chiudeva le più orrende e velenose ferite, o le lasciava aperte, ma dava la voluttà del soffrire perché la parola si ripetesse ancora.

Il cuore al suo parlare, pareva a volte che si aprisse, come un pomo granato maturo, ma piano, senza crepito e senza strappi, come s’aprono le palpebre di un bimbo che si desta.

La sua voce era sempre musica, e solo musica: e la dominavano la dolcezza e la malinconia. Certe sue cadenze interrogative, certi tremiti di stupore, certe avviluppanti e vellutate intonazioni di amore, si approfondivano così nella nostra vita che vi risuonavano a lungo, per giorni, e settimane, e mesi, come certi profumi nel cristallo delle loro fiale, – e di tanto in tanto, anche dopo lungo tempo, un caldo gorgo di beatitudine fluiva improvviso nel cuore, perché qualche suono aveva imitata e rievocata in noi quella voce.

Ettore Cozzani, Milano, agosto 1926

Eleonora Duse

Dazed Gabriele D ‘ Annunzio

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Nel 1894 l’ incontro col ” Vate ”, Gabriele D’ Annunzio, dopo un matrimonio finito male con Tebaldo Checchi e una figlia, Enrichetta. Poi varie relazioni con Marco Praga, Arrigo Boito, capo della scapigliatura lombarda. Per arrivare quindi a quello che fu forse per lei il vero amore . Trentasei anni lei, trentuno lui. Un incontro fortuito il loro che segna l’inizio di una storia lunga un decennio. Un breve tratto nell’arco di una vita, ma per entrambi capitale. Gabriele offrirà alla sua musa una serie di capolavori; Eleonora li metterà in scena. Nasce con questo giuramento il motto che contraddistingue la coppia : ” MORE THAN LOVE ” ( più che l’ amore ) Lui, infatti, è perentorio: esige «più che l’amore». Lei lo corrisponde a oltranza, recitando con trasporto

«Vorrei potermi disfare tutta! Tutto donare di me, e dissolvermi».

Lui le scrive parole d’ amore

Rimani! Riposati accanto a me.
Non andare.
Io ti veglierò.
Io ti proteggerò.
Ti pentirai di tutto fuorché d’essere venuta a me, liberamente, fieramente.
Ti amo.
Non ho nessun pensiero che non sia tuo; non ho nel sangue nessun desiderio che non sia per te.
Lo sai.
Non vedo nella mia vita altra compagna, non vedo altra gioia.
Rimani.
Riposati.
Non temere di nulla.
Dormi stanotte sul mio cuore

Gabriele D’Annunzio

Ma la sofferenza della Duse al fianco di D’Annunzio inizia presto. La loro vita è un’assurda routine: lei continua a recitare, a guadagnare e ad indebitarsi per poter portare in scena le opere teatrali dell’amato. Lui continua a scrivere e a spendere i soldi di Eleonora per potersi mantenere nel lusso più sfrenato. Per Eleonora egli scrive “Il sogno di un mattino di primavera”, stroncato dalla critica come “infantile, presuntuoso e di una noia insopportabile”. Secondo D’Annunzio la colpa dell’insuccesso è di Eleonora, alla quale preferisce la diva Sarah Bernhardt, più celebre e quindi più adatta alle sue divoranti ambizioni. E’ infatti alla Bernhardt che il poeta ha già deciso di affidare “La città morta”, opera che sta scrivendo per Eleonora e in cui lei ripone tutte le sue speranze di gloria comune.
Tradita come donna e come attrice, la Duse decide di troncare la relazione, ma continua contro ogni ragionevolezza ad amare il poeta. E il Vate continua implacabilmente a farle del male. Famoso è l’affronto di “Fuoco”, romanzo autobiografico dove il poeta mette a nudo la loro storia d’amore, pubblica la loro intimità, divulga con insolenza i segreti d’alcova. La risposta della Duse sarà coerente con il suo folle amore : ” La mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta quando si tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana, E poi, ho 41 anni…e amo.” Ma l’offesa più imperdonabile rimane quella di togliere ad Eleonora il ruolo di protagonista nell’opera “La figlia di Iorio” , scritta su misura per lei, quando ormai l’attrice sta per portarla in scena, sa già la parte a memoria e ha persino già pronto il costume. D’Annunzio manderà un fattorino a ritirare il costume di scena, inviando alla Duse un biglietto: “Il teatro è un mostro che divora i suoi figli: devi lasciarti divorare.” Di fronte all’evidenza del tradimento, nel 1904 Eleonora gli scrive: ” Non ti difendere, figlio, perché io non ti accuso. Non parlarmi dell’impero della ragione, della tua vita carnale, della tua sete, di vita gioiosa. Sono sazia di queste parole! Da anni ti ascolto dirle…Parto di qui domani. A questa mia non c’è risposta.”
In effetti non vi fu mai risposta a quell’addio. Solamente molti anni più tardi D’Annunzio sembra volgersi indietro e restituire alla Duse una statura fondamentale nella propria esistenza.
“Io ti amo meglio di prima” le scrive nel ’23, e conclude: “Ti bacio le mani tanto che te le consumo.” La morte della Divina, a Pittsburgh il lunedì di Pasqua del 1924, suscita una commozione enorme. e il suo funerale attraversa l’ America, l’ Oceano e l’ Italia, accompagnato da pietà e rimpianti.
D’Annunzio si appella a Mussolini affinché lo Stato provveda a far tornare in patria, e subito, “la salma adorabile”. Devastato dal rimorso, dice per una volta la verità: ” E’ morta quella che non meritai.”
Al Vittoriale è tuttora presente nella stanza chiamata l’officina una statua raffigurante il volto di Eleonora Duse che il Vate soprannominò musa velata poiché abitualmente teneva la statua coperta da un velo per non provare dolore nel rivedere quell’immagine che la mostrava giovane e bella ancora.

da gabrieledannunzio.it

Al banco di prova, però, la verità sarà un’altra. Occorreranno anni prima che d’Annunzio prenda atto che l’attrice simula un consenso che si guarda bene dall’accordargli. Se corrispondono al vero passione, tradimenti e umiliazioni, sono da ribaltare i ruoli: fu lui la vittima e lei il carnefice. È quanto emerge dai numerosi documenti, dove appare chiaro che a varare la favola dei divi amanti fu Gabriele, maestro nel creare leggende. La personalità carismatica di una donna ben lontana dai cliché dell’epoca e lo sfolgorio di una società europea in cui il teatro e la cultura italiana erano protagonisti sono i cardini di una vicenda che purtroppo non finirà bene. Dieci anni che vedranno la parola fine e che sarà la stessa Duse a terminare.

Preferirei morire in un cantone piuttosto che amare un’anima tale. D’Annunzio lo detesto ma lo adoro… Che fare?

Di lei Luigi Pirandello disse:

“Eleonora Duse è stata una grandissima attrice, e il fatto che ella non abbia trovato il poeta che sapesse sviluppare l’intera ricchezza e la profondità ultima della sua arte, resta un aspetto tragico della sua esistenza”.

Continua…